Collatio 30-7-2019

Giovanni 4,39-42

Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto».

E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Come in un limpido percorso di fede, i molti Samaritani che attraverso la testimonianza della donna credono in Gesù, anzi molti di più, dopo aver fatto esperienza di lui, credono per aver ascoltato direttamente la sua parola. Credere è un cammino, che dai testimoni di Gesù ci conduce ad ascoltare la sua stessa parola, personalmente. E’ questo cammino, personale e condiviso allo stesso tempo, che permette ai Samaritani non solo rendere conto del loro percorso, ma anche di giungere ad un riconoscimento certo, ad un sapere fondato, sicuro: Gesù non è semplicemente il loro Messia atteso, il salvatore del loro popolo. Gesù è un giudeo, quindi è politicamente, religiosamente e umanamente un avversario, una presenza ostile. Per questo l’esperienza della sua salvezza, della forza del suo amore trasformante è segno del suo essere “Salvatore del mondo”, un salvatore “trans-nazionale” che va oltre le appartenenze e i mondi chiusi, perché porta l’amore di Dio per il mondo, per tutti (cfr. 3,16!). E’ bello vedere come la saggezza dei Samaritani suggerisca loro di chiedere a Gesù di rimanere con loro (ricordate i discepoli di Emmaus? Lc 24,29). Per fare esperienza di Lui, per giungere ad ascoltare la sua parola oltre la parola dei testimoni, occorre tempo: non è un prendi e via, non è una pillola comunicativa da consumare, o su cui reagire immediatamente. Come i primi discepoli avevano chiesto a Gesù “dove rimani?” e lui aveva risposto “venite e vedete” ed essi rimasero con lui (cfr. 1,38-39), così qui i Samaritani chiedono di avere un’esperienza calma di condivisione, per ascoltare quella Parola che in Gesù si è fatta carne ed è venuta a mettere al sua tenda tra noi (cfr. 1,14; 1Gv 1,1-4). La testimonianza della donna è riconoscimento di colui che la conosce intimamente: “mi ha detto tutto quello che ho fatto” ancora ripete (come già in 4,29). A partire da qui la conoscenza di una fede matura è invece un sapere condiviso, e riguarda non solo colui che mi conosce, ma colui che salva, cioè che trasforma, riempie di vita nuova e non solo me, ma tutti. Eppure la testimonianza della donna non è superata, per quanto la fede dei Samaritani non si appoggi più sulla sua sola parola (la traduzione “discorsi” ha una sfumatura leggermente sprezzante che non appartiene al testo…!). Nel credere in Gesù come Salvatore non possiamo mai dimenticare che lui ci salva perché ci conosce per nome (cfr. 10,3.14.27); non è una salvezza generica, che ci casca sulla testa, che ci rende tutti uguali: la sua è una salvezza “personalizzata”, è l’offerta di un amore sponsale, dentro quello sguardo intimo e unico che la Samaritana ha sperimentato su di sé, lo sguardo di Gesù su ciascuno di noi.