Collatio 2-8-2019

Giovanni 5,9b-18

Quel giorno però era un sabato.
Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”».

Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato. Ma Gesù disse loro: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

L’evangelista solo ora annota che quel giorno, il giorno in cui Gesù, prima di salire al tempio, pensò bene di fare un passaggio alla piscina di Betzatà sotto i cui portici erano ricoverati un mucchio di malati, ne incontrò uno in particolare, che da molto tempo era in quella condizione, e lo risanò, beh… quel giorno era un sabato! Insomma, la guarigione di Gesù, non richiesta e da lui fortemente voluta, non avviene un giorno qualsiasi, ma il giorno del riposo e dell’identità di Israele: una specie di “invasione” della sua potenza di salvezza e di vita nel giorno dell’osservanza del riposo. La cosa non passa inosservata, soprattutto perché il guarito, in obbedienza alle parole del guaritore, si è effettivamente alzato, ha preso su il suo giaciglio e si è messo a camminare, contravvenendo alle rigide prescrizioni del sabato (cfr. Ger 17,22). Questo scatena la reazione censoria dei “Giudei”: “non ti è lecito!”, custodi dell’osservanza della legge, che non si fermano nella loro condanna neppure quando vengono a sapere che quell’uomo è stato guarito, e che sta facendo proprio quello che gli ha detto di fare il suo guaritore. Ma la vicenda in sé a loro non interessa: l’unica cosa per loro rilevante è scoprire chi sia mai quest’uomo che va dicendo cose che inducono all’inosservanza del sabato: “Chi è colui che ti ha detto…?”. Non importa nulla quello che fatto, che egli cioè lo abbia guarito! Ecco qui il nodo dello scontro: per i “Giudei” lo sguardo è unicamente sulla trasgressione, mentre tutta la storia di sofferenza, di attesa e finalmente di guarigione e salvezza di quell’uomo non ha alcun peso, non è neppure vista, considerata. La prospettiva è limitata alla semplice violazione del sabato e all’identificazione del soggetto pericoloso che l’ha ispirata. Ma Gesù era sfuggito alla folla dopo la guarigione e il guarito non sa identificarlo. Continuiamo a osservare come Gesù preferisca contatti personali: la sua salvezza entra nella storia attraverso quanti si lasciano incontrare e toccare personalmente dalla sua parola e dalla sua presenza! Ora, nel tempio, avviene un nuovo incontro tra Gesù e il guarito, dove finalmente anche lui è potuto salire per ringraziare Dio. E qui Gesù lo affida alla storia nuova che gli sta davanti, e di cui sarà responsabile, per far fruttare il dono della guarigione in una vita buona: perché il guaio più grosso non è essere malati, ma gettare via il dono di Dio vivendo nel peccato! Di fatto ora quell’uomo guarito conosce Gesù, e lo “annunzia” (così letteralmente) ai Giudei: “è lui che mi ha guarito!”. Non sembra tanto un gesto di delazione (come suggerirebbe la traduzione in italiano): di fatto non va a riferire chi lo ha indotto a trasgredire il sabato, ma annunzia chi lo ha guarito! La cosa comunque non importa un gran ché all’evangelista (vedremo invece come sarà al capitolo 9…!), al quale interessa soprattutto invece l’esito della cosa, cioè la reazione dei Giudei, che cominciano la loro persecuzione di Gesù “perché faceva tali cose di sabato”: il testo lascia intendere che questo non è un episodio, non gli è “scappato” un miracolo di sabato, ma da ora questo è un modo di agire di Gesù! Di fatto qui c’è lo scontro: il sabato, memoria dell’azione creatrice e redentrice di Dio, che ispira e si compie nell’opera di guarigione, vivificazione e liberazione di Gesù verso l’uomo, o il sabato come luogo di costrizione della vita fino a dare la morte, segno della religione della mortificazione, del fatalismo, della legittimazione dell’ingiustizia, della malattia, della sofferenza, della povertà e della morte. Gesù è venuto per dare la vita, per espandere la vita, perché abbiamo vita, vita in abbondanza (cfr. 6,51 e 10,10), per combattere tutto ciò che la umilia, la soffoca, la calpesta, la contraddice, la smentisce, per realizzare l’opera del Padre che crea vivifica benedice e dona al mondo ogni bene (cfr. Canone Romano). Ma per i “Giudei” questa è solo una pretesa blasfema, l’orgoglio di chi si ribella al comando di Dio, usurpa le sue prerogative e si mette al suo posto: deve morire. Gesù vive da Figlio la missione di dare la vita, ma questa incontra la paura e la chiusura di chi per fermarlo può solo dare la morte.