Collatio 5-8-2019

Giovanni 5,24-30

«In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato».

La meraviglia non è solo l’apertura dello sguardo filiale alla novità dell’opera del Padre in Gesù. Senza l’ascolto lo sguardo spiazzato dello stupore si perde, si impaurisce e torna a chiudersi nell’incredulità. “Non meravigliatevi di questo…”: dopo aver invitato i Giudei ad uno sguardo meravigliato, Gesù li mette in guardia dallo scandalizzarsi per una parola che ricorda loro la responsabilità di schierarsi: “chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato…”. Anche a Nazareth, secondo i sinottici, lo stupore aveva lasciato lo spazio allo scandalo e all’incredulità (Mc 6,1-6) fino al proposito di uccidere Gesù (Lc 4,16-30). Per guardare con i suoi occhi non basta lo stupore, occorre l’ascolto della sua parola che permette di fidarsi, di affidarsi, come lui, al Padre. I suoi interlocutori Giudei sanno di essere in attesa di un giudizio che, dopo la morte, li chiamerà a rispondere davanti a Dio delle loro azioni, cioè della consistenza o meno della loro vita (“quanti fecero il male” è letteralmente “quanti fecero cose inconsistenti, vane”), per una risurrezione di vita o di condanna. Ma quello che Gesù dice loro in più è che questo giudizio è anticipato qui, ora, nell’incontro con Lui: è ascoltando la sua parola con fede che già adesso passano dalla morte alla vita! Il passaggio e il giudizio decisivo per la nostra vita si gioca davanti a Lui e alla sua Parola. Questo vuol dire anche che non dobbiamo attendere la nostra morte per passare alla vita: di fronte a colui che, come il Padre e per suo dono, “ha la vita in se stesso” appare in tutta la sua chiarezza che la nostra condizione non è la vita, ma una esistenza di morte. Solo Lui è il vivente: noi ci troviamo a vivere, a partecipare di questi giorni, ma la vita che lui possiede e che ci dona, la vita piena e abbondante, è un’altra cosa! Ora questo è il giudizio: che lui, “figlio di uomo” come noi, ha la vita in se stesso, perché non cerca la sua volontà, ma la volontà di colui che lo ha mandato, il Padre. E’ proprio la sua totale dipendenza dal Padre (ripete: “io non posso fare nulla da me stesso”) a renderlo il vivente, e che fa vivere coloro che lo ascoltano. Non più la mia vita vecchia, segnata dalla morte, centrata sulla ricerca della mia volontà, della realizzazione dei miei sogni, della costruzione dei miei progetti, in una solitudine sempre più chiusa, impaurita e autoreferenziale; ma la vita nuova, piena, feconda, intramontabile, che Dio mi dona quando mi apro, attraverso l’ascolto credente della parola di Gesù, alla ricerca della sua volontà, del suo disegno di bene per me e per tutti. Passare da morte a vita è essere strappato dallo spazio ristretto delle mie ossessioni, dei miei idoli, delle mie convinzioni, del mio corto orizzonte, per essere portato al largo negli spazi ampi del cuore di Dio, dove ritrovo tutti e tutto nella comunione di una vita donata. La prima parola di Gesù nel Vangelo era stata una domanda rivolta ai due discepoli che lo seguivano: “che cosa cercate?” (1,38); ora comprendiamo ancora meglio l’importanza di questa domanda. “Il Padre cerca adoratori in Spirito e verità” (4,23) aveva detto alla samaritana, e subito ai suoi discepoli aveva detto: “mio cibo è fare la volontà dei colui che mi ha mandato” (4,34). Mentre “i Giudei cercavano di ucciderlo” (5,18) è chiaro ora quale unica ricerca anima Gesù: “non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”. Vedremo, alla fine del capitolo, di cosa vanno in cerca davvero i suoi interlocutori.