Collatio 7-8-2019

Giovanni 5,31-40

«Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera.

Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita».

Continua il discorso di Gesù, con queste parole sulla “testimonianza” di cui Egli si avvale perché gli uomini possano credere in lui, cioè venire a Lui “per avere la vita”. Prima di tutto non può essere una testimonianza che Gesù dà di sé, non solo perché non è “giuridicamente ammissibile”, ma soprattutto perché tutta la sua vita, la sua missione, il suo operare (vv. 19 e 30) è in relazione con un “altro”, dal quale riceve vera testimonianza. Certo c’è un “altro”, presentato fin dall’inizio, che ha dato la sua solenne testimonianza a Gesù: Giovanni Battista. Ma non è a Lui che Gesù si sta riferendo: è solo il Padre che conosce il Figlio e che può degnamente testimoniare di Lui. Giovanni Battista ha comunque dato la sua decisiva testimonianza, che i suoi interlocutori hanno ricevuto, “come lampada ardente e splendente”, ricordate? È bellissimo questo modo di Gesù di descrivere la testimonianza di Giovanni “alla luce” (1,6-8): si è lasciato incendiare e consumare completamente dalla Parola luminosa che gli è stata affidata, e così è stato un testimone davvero splendente per i suoi contemporanei. Non c’è splendore vero che non nasca da un fuoco che ci brucia! La sua testimonianza è stata per chi l’ha ricevuta una occasione di apertura gioiosa (cfr. 3,29) alla venuta del Cristo, ma i Giudei hanno voluto rallegrarsi “nella sua luce” solo per un momento: al manifestarsi di Gesù e del suo operare si sono impauriti e si sono nuovamente chiusi. Ma la vera, “superiore” testimonianza può darla solo il Padre, prima di tutto attraverso le opere che Gesù compie, e che non sono sue, ma “date dal Padre”. E poi c’è la semplice, diretta testimonianza che il Padre dà a proposito del suo Figlio, e che solo un cuore docile e aperto sa riconoscere e accogliere (cfr. nei vangeli sinottici la voce del Padre al battesimo di Gesù: “questi è il Figlio mio l’amato, nel quale mi sono compiaciuto!” Mt 3,17p): “il Padre che mi ha mandato ha dato testimonianza di me”. “Io so che la testimonianza che egli dà di me è vera”, aveva detto Gesù all’inizio di questi versetti. Questa conoscenza è il segno della sua intimità, della sua esperienza diretta di Dio, il Padre suo (1,18). E questo è però anche il gap con i suoi interlocutori, che hanno del Padre solo una esperienza ormai passata, nella rivelazione del Sinai, e indiretta, attraverso la mediazione delle Scritture: “ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto… voi scrutate le Scritture pensando di avere in esse la vita eterna…”. I Giudei con i quali Gesù sta parlando hanno fatto della loro esperienza spirituale uno spazio assodato, gestibile, fatto di memorie, tradizioni… di cose, comprese le Scritture. Ma scrutare le Scritture non significa avere la Parola di Dio che rimane in noi. La Parola è la voce viva di Dio, che passa attraverso la testimonianza presente di “colui che Dio ha mandato”, e che hanno davanti agli occhi, ma che non sanno accogliere. Solo ricevendo la testimonianza del Padre nell’intimo del nostro cuore possiamo riconoscere Gesù e andare a lui per avere la vita. E allora tutto parla di Lui: Giovanni Battista, e non “per un’ora soltanto”, e le Scritture, che lo testimoniano e l’annunciano in ogni parola.
“Non volete venire a me per avere la vita!”. Questo grido di Gesù sembra esprimere tutto il dolore per una chiusura che è incomprensibile rinuncia al dono della vita e della gioia in Lui. Si possono ascoltare e anche ammirare ardenti e splendenti testimoni di Gesù, si possono scrutare e analizzare le Scritture, ma solo l’accoglienza nel nostro cuore della testimonianza del Padre ci rende interiormente certi che Gesù è il Figlio di Dio e Signore nostro e ci apre nella fede, qui e ora, ad una relazione con Gesù di salvezza e di vita. Dirà ancora Gesù nel prossimo capitolo: “nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (6,44).