Collatio 9-8-2019

Giovanni 6,1-15

Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Con una interruzione narrativa e un improvviso salto spazio-temporale, da Gerusalemme in occasione di una non meglio precisata “festa dei Giudei” (5,1), ci troviamo ora in Galilea, poco tempo prima di Pasqua (la seconda: cfr. 2,13), con Gesù che passa all’altra riva del lago di Tiberiade. Il passaggio all’altra riva sembra segnare visivamente il cambiamento di contesto: dal discorso accorato e drammatico che Gesù rivolge ai Giudei di Gerusalemme che vogliono ucciderlo, a questa grande folla che lo segue per i segni che che compie sugli infermi. Ai Giudei Gesù aveva detto, denunciando la loro incredulità: “non volete venire a me per avere la vita” (5,40); qui Gesù contempla invece “una grande folla che veniva a lui”. Già prima Gesù aveva nutrito dubbi su una fede basata sull’aver visto i segni da lui compiuti, sia a Gerusalemme (2,23-25) che qui in Galilea (4,48). Ciò che Gesù sta per compiere sarà un segno di quella vita che è data a coloro che vanno a lui, ma sarà preceduto e accompagnato da gesti che esprimono una cautela, una chiamata ad altro, una “prova”: questo venire a lui deve essere vagliato, purificato. Gesù non ha a che fare solo con coloro che non vogliono credere in Lui e tramano di metterlo a morte, ma anche con coloro che credono in Lui, ma con una fede immatura, mondana, violenta. Per questo Gesù sale sul monte, come Mosè, e si pone a sedere con i suoi discepoli, alza gli occhi verso il Padre, e in questo sguardo vede la folla che viene a Lui e chiede a Filippo: “da dove acquisteremo pane…?”. Filippo, e con lui i discepoli sono messi “alla prova” proprio su questo “da dove” (infelicemente tradotto in italiano “dove”, perdendo così sia il senso della prova, sia i riferimenti agli altri passi già ascoltati nei quali questo “da dove” era decisivo: 1,48 da dove viene la conoscenza profetica di Gesù?; 2,9 da dove viene il vino migliore?; 3,8 da dove viene e dove va lo Spirito di Dio?; 4,11 da dove viene l’acqua viva che Gesù pretende di dare?). La prova è necessaria perché i discepoli si accorgano che c’è un “da dove” misterioso, in Dio, e quindi che c’è un senso più profondo e grande in questo nutrire la folla da parte di Gesù. La scena del ragazzo che offre i suoi cinque pani d’orzo (pani poveri) e due pesciolini, che diventano, con il gesto eucaristico di Gesù, nutrimento abbondante per la folla, riprende un episodio del ciclo del profeta Eliseo (2Re 4,42s) che dà a questa scena, a favore dello sguardo dei discepoli, un senso non solo “pasquale” di liberazione (come la manna nel deserto): Gesù non si presenta ai discepoli come il potente re messia, ma come il profeta esposto al rifiuto che può trasformare la povertà in abbondanza. Il dono di Gesù (qui è lui stesso che distribuisce! …i discepoli sono solo testimoni) è pieno (“quanto ne volevano”) e sovrabbondante (dodici canestri di pezzi avanzati): “sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza!” (10,10). E’ dono della vita da parte di Gesù che attraverso la custodia accurata dei discepoli (“perché nulla vada perduto”) dovrà raggiungere tutto il popolo (dodici ceste, dodici tribù, come dodici sono i discepoli) e tutti gli uomini. La custodia affidata ai discepoli è per questo anche attesa del tempo in cui questo segno potrà essere accolto con intelligenza credente e non con una professione di fede entusiasta (ecco il profeta “come Mosè” che attendevamo…! Dt 18,15-19; cfr 1,21.45) che si trasforma nella violenza della strumentalizzazione mondana (“venivano a strapparlo per farlo re”): la folla è subito pronta a rinunciare alla libertà donata e ad assoggettarsi a un capo che combatta le proprie battaglie, promettendo benessere e sicurezza. Ma Gesù, che pure dona senza riserve e in abbondanza la vita a chi viene a Lui, non si fa però “strappare” dalla comunione con il Padre: si ritira di fronte all’aggressione di chi vuole prendere lui e il suo potere senza accogliere il mistero del Padre e della sua volontà, al quale Lui, il Figlio, torna, tutto solo, sul monte.