Collatio 10-8-2019

Giovanni 6,16-21

Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao.

Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Ci sono giorni in cui, al vedere anche oggi certi atteggiamenti di bieca strumentalizzazione della fede in Gesù da parte di politici senza scrupoli per fini di potere, mi piacerebbe che Egli si manifestasse con tutta la sua intoccabile santità: anche solo un rosario o un vangelo incautamente brandito che prende fuoco, o una bocca che osa utilizzare il nome di Maria per giustificare l’ingiustificabile colpita da improvviso mutismo… poi mi sveglio dal sogno e mi rendo conto che lo stile di Gesù descritto dal vangelo è (normalmente…!) un altro. Ai discepoli che vorrebbero che scendesse un fuoco dal cielo per il villaggio samaritano che non lo vuole accogliere, Gesù risponde rimproverandoli e passando oltre (Lc 9,51-56); e davanti agli uomini che vogliono “strapparlo per farlo re” Egli semplicemente si ritira (v. 15). Ma non finisce qui! Il santo timore o il sincero terrore che qualche volta augureremmo a chi mette le mani su Gesù e sul vangelo per i propri meschini progetti di potere, è quel che in verità, in disparte, devono sperimentare i discepoli stessi. Del resto Gesù è solo, e neppure i discepoli sono con Lui in quella sera in cui tutti lo travisano. Il loro autonomo progetto di traversata del lago e di rientro notturno a Cafarnao incontra la tenebra, il vento forte, il mare agitato: le avverse vicende della vita in cui provano ad avanzare da soli. Ed è lì, proprio nel mezzo della traversata, che l’incontro con Gesù si fa sconvolgente e misterioso. Il suo fare di quella tenebra sconvolta e dello scatenarsi della potenza del male e della morte il luogo del suo sovrano camminare, e il suo avvicinarsi, farsi incombente è per i discepoli una manifestazione del divino che li riempie di terrore. “Sono io, non abbiate paura”. C’è solo un modo per rendere vivibile quella paura: riconoscerlo. Egli è il maestro con cui vivono eppure è colui che abita presso il Padre; conoscono la sua voce e allo stesso tempo in lui risuona la Parola della divina consistenza, l’ “Io sono” che Mosè ascolta dal roveto ardente e che rimane fedele oltre e dentro ogni vicenda. Ora, se come Mosè tolgono i calzari della presunzione sulla terra santa dell’incontro con Dio, sono pronti per accoglierlo nella barca. Non per “strapparlo” e farne la soluzione dei propri problemi, ma per fare spazio alla sua presenza divina, misteriosa, che non può essere strumentalizzata, ridotta ai nostri criteri e alle nostre prospettive, piegata ai nostri bisogni. In Lui, accolto umilmente nella fede, i discepoli sperimentano che tutto già è compiuto, che l’ora è giunta, che il futuro è già presente, la meta conseguita. Ogni volta che fremiamo per l’insolenza di chi ai nostri occhi strumentalizza la fede, forse il Signore già sta preparando per noi un’esperienza più profonda della sua santità, e della inconsistenza delle nostre presunzioni e delle nostre pretese autosufficienze.