Collatio 14-8-2019

Giovanni 6,34-47

Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane».
Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!

Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».
Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna».

Come la Samaritana in 4,15 (“Signore, dammi quest’acqua!”), così ora la folla al termine di un dialogo intenso chiede a Gesù, riconoscendolo “Signore”, il dono del pane vero, che scende dal cielo, e che dà la vita al mondo: “Signore, dacci sempre questo pane!”. Ma Gesù non è solo il mediatore del dono: è Lui stesso il dono, la sorgente di vita, la vita stessa per coloro che vanno a lui e credono in lui. Certo non basta vederlo per credere in Lui (come al v. 26). Ma non c’è nessuno che viene a Lui con fede, che non sia accolto, riempito di vita nuova e custodito fino alla rivelazione piena della vita nella risurrezione, nell’ultimo giorno. Anzi, Gesù non vede semplicemente i credenti in Lui come persone che vanno a Lui, ma, più in profondità, come dono stesso del Padre, da accogliere con gratitudine e apertura filiale. Per questo il dono della vita con cui Gesù risponde alla domanda della folla (“dacci sempre questo pane”) non dipende semplicemente dalla sua volontà, o dalle sue inclinazioni del momento, ma è radicato nella volontà del Padre, che Gesù è venuto a compiere. Alla folla, e a noi che chiediamo a Gesù vero nutrimento, Egli risponde che Lui stesso è questo dono di vita, e che questo dono è tanto più certo e irrevocabile, in quanto non dipendente da una ipotetica “volontà isolata” di Gesù, ma oggetto della eterna e insindacabile volontà del Padre, che Gesù è venuto a servire con tutto se stesso come Figlio: Egli stesso è il dono di quella comunicazione di vita sovrabbondante per il mondo che il Padre vuole; non possiamo avere alcuna incertezza su questa volontà di vita di Dio per noi! Ciascuno di noi è per Gesù come ognuno di quei pezzi avanzati che aveva comandato ai discepoli di raccogliere “perché nulla vada perduto”: la nostra vita è così preziosa ai suoi occhi, perché andando a Lui Egli ci riceve come un dono del Padre suo, per riempirci già ora della sua vita piena e custodirla fino all’ultimo giorno, fino a rivelarla nella risurrezione. E così il dialogo tra Gesù e la folla raggiunge il suo culmine. Ora però entrano in scena dei nuovi interlocutori, i “Giudei”, che avevamo già incontrato a Gerusalemme (a partire da 5,10), e sempre a Gerusalemme ritroveremo più avanti. Essi entrano in scena mormorando: si è subito riportati a quell’ambientazione del deserto, che era stata evocata dalla richiesta di un segno come la manna. La mormorazione è il peccato di Israele che ad ogni tappa del cammino e ad ogni nuova difficoltà puntualmente non si fida della guida di Mosè, e di Dio. Per i Giudei” il motivo è semplice: per quel che ne sanno l’origine di Gesù è tutt’altro che celeste! “Di lui noi conosciamo il padre e la madre”. Ancora una volta il Vangelo di Giovanni ci rappresenta la quesitone di fondo: “da dove” è Gesù? La sua risposta, dopo averli messi in guardia dal rimanere intrappolati in uno sguardo che contesta presumendo di sapere, non è un tentativo di convincere, ma la semplice presa d’atto che come c’è una folla che viene a lui aprendosi alla fede, donata dal Padre, così ci sono anche questi “Giudei” che non possono venire a lui, non possono intendere la sua persona e credere in Lui. Per venire a Gesù è necessario “lasciarsi attirare” dal Padre. Tutti gli interlocutori di Gesù sono dei “credenti”, hanno un riferimento religioso, di appartenenza, di tradizione, di valori; ma per venire Lui, per “toccarlo” davvero, entrare in comunione con lui, nutrirsi di Lui, tutto questo non basta: c’è bisogno di una apertura personale e profonda alla voce di Dio, cercare la sua volontà, accogliere il suo insegnamento interiore. “E tutti saranno istruiti da Dio” (Is 54,13): è il segno della alleanza nuova (cfr. Ger 31,33s), in cui tutti lo conosceranno. Senza questo personalissimo ascolto del Padre, senza questo atteggiamento di fondo per cui “impariamo da lui”, non ci capiamo niente di Gesù, al più ne facciamo l’ennesimo simbolo di una sempre più vaga identità religiosa. La relazione con Gesù, potremmo dire, è “questione di feeling”: l’incontro tra l’identità filiale di Gesù, tutto rivolto al Padre, e quanti cercano senza ipocrisie la volontà di Dio, e che finalmente in Gesù trovano il volto di colui che cercano. “Aprendo l’anima così, lasciando uscire quello che ognuno ha dentro… lasciando emergere in noi spontaneamente quel che c’è nascosto in fondo…”.