Collatio 13-09-2019

Giovanni 10,1-10

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Continua il discorso di Gesù rivolto ai farisei che sono con lui, il discorso che era cominciato con il riferimento al “giudizio” legato alla sua presenza, e al permanere del peccato in chi crede di vedere. I farisei continueranno a non vedere, se si ostinano a non aprire gli occhi alla verità di ciò che accade davanti a loro: la vicenda di questo cieco guarito, che infine professa la sua fede in Gesù, è la testimonianza che il gregge di Dio ha un suo fiuto che va al di là delle manipolazioni e chiusure delle autorità religiose e che si fida e si lascia guidare da chi “entra per la porta” della volontà di Dio. Così è stato per il cieco guarito che non si è lasciato confondere dalle pressioni e dalle intimidazioni dei farisei e dei Giudei, ma, fedele alla verità della sua anima e della sua concreta storia di salvezza, ha riconosciuto in Gesù l’inviato di Dio. Ma i farisei non comprendono il senso della parabola di Gesù, sono troppo chiusi all’interno del “racconto” del loro ruolo e troppo spaventati dalla novità portata da Gesù. Ma Gesù mostra attraverso la parabola, e per chi ha il cuore abbastanza libero per intenderla, che la sua pretesa di essere la guida del popolo di Dio è scritta nella verità stessa delle cose, cioè nella verità del suo entrare attraverso l’obbedienza alla volontà del Padre. Per questo l’intesa con le sue pecore, così come con questo cieco guarito, è così semplice e spontanea: “le pecore ascoltano la sua voce, egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori, e quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce”. È così nella esperienza comune dei pastori e delle loro pecore al tempo di Gesù (dove normalmente il recinto, custodito da un guardiano, ospitava più greggi di diversi pastori, e ciascun pastore conosceva le sue pecore e viceversa…!), è così per il popolo di Dio, che sa riconoscere chi viene ad esercitare un potere per il proprio tornaconto ma non gli interessa delle persone e chi invece viene perché, in obbedienza a Dio, si sente legato alla gente da un senso di appartenenza reciproca che anima il suo servizio per il bene di tutti. Entrare per la porta significa pascere il gregge per il bene del gregge, secondo la volontà di Dio; entrare “da un’altra parte” significa abusare della propria posizione di potere per il proprio interesse, sfruttando il gregge, e quindi in definitiva in modo illegittimo. E la gente, avverte Gesù, presto o tardi si accorge, al di là delle “pose di maniera”, di che genere è chi pretende di guidarlo! Ma i farisei non capiscono, o non vogliono capire. Allora Gesù spiega, scoprendo le carte: io sono la porta delle pecore! È bellissimo questo “salto” di significato. Gesù non è semplicemente un pastore buono, che in obbedienza a Dio si prende cura della gente con amore e generosità. Certo poi dirà “io sono il buon pastore”, ma prima di tutto (e solo così si comprende davvero il peso della affermazione sul suo essere non “un” ma “il” pastore…) egli è la porta: egli non è semplicemente colui che ci conduce, ma colui che ci fa entrare nel cuore del Padre ed uscire verso la pienezza di vita attraverso la sua propria umanità. È lui l’unico autentico passaggio verso Dio e verso la pienezza promessa e attesa, la pienezza di una “vita in abbondanza”. Egli non pretende di guidarci, se non prima di tutto mettendo in gioco se stesso, interamente, nel compimento della sua missione filiale; ed è nel suo “essere Figlio” che noi troviamo il Padre, troviamo i fratelli, troviamo noi stessi. Qui si fonda quella misteriosa e profonda “sintonia” tra Gesù e il gregge che ci fa appartenere senza paura a Lui, e qui si ispira ogni servizio nella chiesa, che è proporre ai fratelli la verità del cammino che si sta effettivamente facendo. Senza questa umiltà e autenticità si è solo “ladri e briganti”, in cerca di un qualche interesse che alla fine produce solo morte e distruzione. Nessuno può indicare una strada che non sta egli stesso percorrendo.