Collatio 19-09-2019

Giovanni 11,1-16

Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

Nel suo ritiro al di là del Giordano, Gesù è raggiunto dalla notizia della malattia (il termine che indica “debolezza” di vita) dell’amico Lazzaro su sollecitazione delle sorelle Marta e Maria. Gesù è ora lontano da Betania, villaggio che dista meno di tre chilometri da Gerusalemme, ed è lontano dalla minaccia dei Giudei. Ma è questa notizia dell’amico in pericolo di vita a innescare un nuovo dinamismo che lo porterà nuovamente in Giudea. La sorella Maria è fin da subito presentata come la protagonista della futura scena dell’unzione di Gesù (12,1-8), di quel gesto che sarà la manifestazione di un amore traboccante frutto dell’esperienza, ormai fatta, che l’amore di Gesù trionfa sulla morte; e così l’unzione di Maria sarà anche profezia della morte e risurrezione di Gesù. Fin dal principio di questo racconto si fronteggiano e si intrecciano amore e morte. La certezza di Gesù è fin da ora che tutto quel che accadrà non sarà per la morte. Quel che è in gioco è la gloria di Dio e la glorificazione del Figlio: la risurrezione di Lazzaro e l’innalzamento di Gesù sulla croce, in un intreccio di vita donata nell’amore. Per questo Gesù attende; non è più il tempo di cercare di evitare la morte, di Lazzaro e quindi la propria. “Andiamo in Giudea”: dopo due giorni, la scelta di Gesù raccoglie allora tutto il senso luminoso del suo camminare nella volontà del Padre. Non è più il tempo di sfuggire, ma di andare incontro alla morte, per amore dell’amico Lazzaro: è questa la “luce che è in lui”. “Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma io vado a svegliarlo”: Lazzaro è ora l’amico anche dei discepoli, chiamati a condividere il cammino di donazione di Gesù. La morte di Lazzaro non è la sua condizione definitiva: è come un sonno dal quale Gesù lo sveglierà. Non è più il tempo di guarire i malati: anche la relazione con i Giudei è definitivamente compromessa, non può più essere risanata. Ora rimane solo il segno della risurrezione: accettare la condizione inguaribile che conduce alla morte perché nell’amore diventi dono e passaggio ad una vita nuova. Ora i discepoli possono aprirsi nella fede al senso più intimo e definitivo della missione di Gesù.