Collatio 28-09-2019

Giovanni 12,20-26

Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».

L’arrivo dei Greci che vogliono “vedere Gesù” sembra confermare ironicamente l’amaro sfogo dei farisei “ecco, il mondo è andato dietro a lui!” (v.19). E così, ma questa volta andando a ritroso, si ricompone la catena di quel “vieni e vedi” che da Gesù attraverso Andrea e Filippo aveva raggiunto Pietro, Natanaele e gli altri primi discepoli (1,35-51). Il ministero di Gesù era cominciato, su sollecitazione della “madre sua”, con l’anticipo di una “ora” che lo riguardava e che ancora doveva venire (2,4) in attesa del “vino migliore” da “conservare” per la fine (2,10), e adesso, dopo che l’unguento profumato è stato sparso da Maria sui piedi di Gesù e in questo modo “conservato” per la sua sepoltura, l’arrivo dei Greci segna per Gesù il momento in cui tutto si compie: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato”. L’inizio di quella grande messe che attende il “salvatore del mondo” (4,35-42) è giunta a Lui e il “molto frutto” è pronto per essere raccolto, non prima però che il seme, gettato a terra, muoia. Il mondo non potrà essere salvato “mondanamente”. La logica di Dio non è quella di una espansione del regno attraverso l’affermazione di sé e la conquista, ma quella di una seminagione della potenza incorruttibile di un amore che è dono di sé fino a dare la vita. È da questa vita donata che nascerà il mondo nuovo ed è questa la vera gloria del Figlio. Dall’affermazione di sé e del proprio potere, dalla difesa della propria posizione e dalla conservazione della propria vita, dal vivere per se stessi non nasce nulla: rimane una invincibile solitudine e una sterilità senza vigore. Perdere la vita, anzi perdere “l’anima”, accettare di essere “spezzati” dalle esigenze dell’amore e donati per obbedienza al Padre, questo è il vero pegno per una vita piena, in abbondanza, davvero “conservata”, perché custodita da Dio. È la via di Gesù, il Figlio, ed è la via di quanti si fanno suoi servitori in questo mondo, stando “al suo seguito” e condividendo un cammino che si dispone al dono della vita: “dove sono io là sarà anche il mio servitore”. Non alla ricerca dell’onore del mondo, che ama ciò che corrisponde alle sue logiche di paura e di violenza, ma affidandosi con la mitezza del servizio a quell’onore del Padre che è partecipazione ad una vita piena nella comunione dell’amore.