Collatio 02-09-2019

Giovanni 12,37-43

Sebbene avesse compiuto segni così grandi davanti a loro, non credevano in lui, perché si compisse la parola detta dal profeta Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra parola? E la forza del Signore, a chi è stata rivelata?

Per questo non potevano credere, poiché ancora Isaia disse: Ha reso ciechi i loro occhi e duro il loro cuore, perché non vedano con gli occhi e non comprendano con il cuore e non si convertano, e io li guarisca!
Questo disse Isaia perché vide la sua gloria e parlò di lui. Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui, ma, a causa dei farisei, non lo dichiaravano, per non essere espulsi dalla sinagoga. Amavano infatti la gloria degli uomini più che la gloria di Dio.

Con queste parole importantissime il Vangelo di Giovanni ci porta al cuore di tutto il suo messaggio. Siamo alla fine del ministero pubblico di Gesù; tra pochi versetti comincerà il grande racconto della sua passione, morte e risurrezione, che occuperà quasi la metà dell’intero vangelo. Il narratore fa qui un specie di sosta, una meditazione su tutto ciò che è fin qui accaduto, sul suo significato nascosto e decisivo e su come ora tutto questo si compia nella glorificazione di Gesù sulla croce. Pur avendo Gesù compiuto “segni grandi davanti a loro, non credevano in lui”; eppure questo non corrisponde solamente alla chiusura dei suoi interlocutori, ma fa riferimento a qualcosa di più grande e profondo, a un disegno che qui si realizza. E per tracciare gli elementi di fondo di questo misterioso e paradossale piano di salvezza di Dio, Giovanni ci propone la citazione di due testi tratti da due brani fondamentali del profeta Isaia, che ne costituiscono, all’inizio e alla fine del libro, le colonne portanti. Il primo testo citato dall’evangelista è Is 53,1, tratto dal quarto canto del servo del Signore verso la fine del libro, il cosiddetto “canto del servo sofferente”. Si fa riferimento ad una parola “non creduta”, perché “il braccio del Signore” si rivela in modo tutto paradossale. Il Signore stesso parla infatti di un “mio servo” il quale “sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente”, benché “molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto…” (52,13-14). Abbiamo sentito, lungo tutto il vangelo di Giovanni, quanto importante sia questa categoria dell’innalzamento (cfr. 3,14; 8,28 e 12,28!) per comprendere la gloria misteriosa di Gesù, e di come questa gloria si realizzi in un modo così rovesciato e spiazzante da provocare lo stupore (7,15.21) e di qui l’incredulità degli uomini. Con questo riferimento al quarto carme del servo, “disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia…” (53,3), l’evangelista ci introduce al senso della pasqua di Gesù che realizza le parole del profeta e così porta a compimento le promesse di salvezza di Dio. La mancanza di fede davanti alla rivelazione di Gesù e il suo rifiuto non obbediscono quindi solo alla logica impaurita e violenta del peccato del mondo, ma, più profondamente, alla manifestazione di una logica di amore di Dio così scandalosa e “altra” da non poter essere accolta se non attraverso una radicale rigenerazione, una “guarigione”: “non potevano credere!”. Allora ecco qui la seconda citazione del profeta Isaia, direttamente dal capitolo programmatico nel quale Isaia narra la sua stessa vocazione: Dio, inviando il profeta, indica l’inevitabile rifiuto del popolo, anzi l’indurimento che Dio stesso provoca nel popolo affinché conosca la santità inaccessibile di Dio nell’esperienza della propria rovina come esito del peccato. Ma quel “perché non si convertano e io li guarisca” diventa qui in Giovanni “perché non si convertano, e io li guarirò!”. Proprio alla luce del capitolo 53 la guarigione è di nuovo possibile, non per evitare la rovina, ma come frutto dell’offerta in sacrificio del servo: “egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità, il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti!” (Is 53,5). L’evangelista annota: “questo disse Isaia perché vide la sua gloria e parlò di lui”. Certo Isaia ha visto la gloria di Dio (Is 6,1-2), e questo è all’origine della sua vocazione. Ma ha visto anche il senso più profondo del “tre volte santo” che riempie la terra della sua gloria (Is 6,3) contemplando la sorte meravigliosa di Gesù, il servo del Signore, il quale “maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca, era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori…” (Is 53,7), perché egli è “l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29!): ecco la “gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (1,14). Isaia contempla la vera regalità di Dio (Is 6,1: “Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio”) nella sorte misteriosa del servo: “Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori” (Is 53,8-12). È questa gloria, santa, misteriosa, “altra”, che Isaia vide e di cui parlò, la gloria di Dio e la gloria di Gesù, suo servo. La regalità santa e rovesciata che Gesù ha accolto (18,36-38), fuggendo davanti alla pretesa di farlo re secondo il mondo (6,15), l’ha portata a compimento sulla croce: “Pilato compose l’iscrizione e la fece porre sulla croce, vi era scritto: Gesù il Nazareno, il re dei Giudei” (19,19). Anche la fede “umana” di chi ha creduto in Lui, dei “molti capi” di cui parla l’evangelista, non resiste davanti a questo mistero, al paradosso di una gloria e di un innalzamento che si realizza nell’umiliazione della croce. È il “braccio del Signore” potente e disteso sulla croce, rivelato a chi ama la gloria di Dio più della gloria di cui gli uomini vanno in cerca: è solo da quella posizione “espulsa” e rifiutata dagli uomini, che è possibile contemplare e partecipare alla potenza di salvezza e di amore di Dio in Gesù verso tutti.