Collatio 07-10-2019

Giovanni 13,1-11

Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.

Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».

Ecco ora iniziare, con la massima solennità, la narrazione dell’ultima giornata terrena di Gesù, che occuperà ben 7 capitoli, dal 13 al 19. Tutto qui si concentra, giunge al suo compimento, al suo disvelamento più vero, alla sua pienezza. E tutto è dominato e guidato dalla sovrana consapevolezza di Gesù, che entra nella sua “ora”, l’ora del “passaggio da questo mondo al Padre” e quindi l’ora della realizzazione piena della sua missione, come dice il profeta Isaia: “Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10-11). E la missione di Gesù è ricapitolata in due semplici e densissime espressioni, che ci danno il senso profondo del suo ministero fin qui e di ciò cui sta andando incontro: “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. Tutto ciò che Gesù ha fatto, lo ha fatto per amore dei suoi, e ora si appresta a portare a compimento questo amore “fino alla fine”, cioè fino alla morte e fino al punto più alto. Questa stessa parola “fine-compimento” tornerà sulle labbra di Gesù nelle sue ultime parole sulla croce, nell’atto di consegnare il suo spirito: “È compiuto!” (19,30). L’amore di Gesù, come il chicco di grano che caduto a terra muore per portare molto frutto, raggiunge tutti, attraverso tutte le generazioni, a partire da questo concreto dare la vita per i suoi: è un amore divino che accetta i limiti dell’umanità e della storia, che si realizza “corporalmente”. Per questo il contesto si fa ancora più preciso, stringente e drammatico. L’ora del passaggio al Padre e dell’amore fino al compimento è l’ora del diavolo, della volontà di morte, del tradimento. È proprio lì dentro che Gesù porterà al suo compimento l’amore. Gesù sa che il Padre gli ha dato tutto nelle mani, e che tutto ciò che ha gli è stato dato e ora si dispone a restituirlo: anche la sua missione e la sua stessa esistenza viene da Dio e ora è a Dio che tutto restituisce. Sono mani piene di tutto il potere e l’autorità di Dio, ed è con queste mani che Gesù compie lentamente e solennemente i gesti di un Signore che si fa servo. L’evangelista ci tiene a descriverci ogni movimento con calma e accuratezza. Non vi è nulla di casuale, di scontato, di trascurabile. Gli occhi posati sulle quelle mani che depongono le vesti, che prendono un asciugamano e se lo legano intorno ai fianchi, che versano l’acqua in un catino e cominciano a lavare i piedi dei discepoli, sono anche gli occhi increduli di Pietro che non sa come spiegarsi il gesto così sconcertante di Gesù. È il gesto intimo di una donna per il suo uomo, o il gesto umile del servo verso il suo signore. Qui Gesù ribalta tutto, fa suo il gesto ricevuto pochi giorni prima da Maria (12,1-8), e si rende servitore dei suoi discepoli, che, come Pietro, non capiscono, non possono ancora capire: “quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo”. La parola di Gesù non basta a Pietro, che non accetta questa scandalosa inversione di ruoli: “non mi laverai i piedi in eterno!”. Ma Gesù continua, senza sciogliere l’incomprensione: “Se non ti laverò non avrai parte con me”. Sta dicendo a Pietro che è necessario un lavacro per poter condividere la sua eredità, la sua identità e il suo destino. Pietro in realtà continua a non capire, perché non si tratta di una purificazione rituale in vista della celebrazione della Pasqua (“…non solo i piedi, ma anche la mani e il capo!”), ma di una purificazione del “corpo” costituito dal gruppo dei discepoli, che, a motivo della presenza del traditore, non sono tutti puri. Gesù ama Giuda e si dona per lui, per la sua salvezza, anticipandone il tradimento. Questo è l’amore “fino al compimento”. Ma questo svela, in realtà, che tutti i discepoli hanno bisogno di essere “lavati” dall’amore di Gesù, prima dell’abbandono e del rinnegamento, anche di Pietro. Se Pietro vuole “aver parte” con Gesù, deve lasciarsi inserire in quella vita santa e incorruttibile di Gesù che è vita data, offerta nell’amore, e che realizza il fondamento nuovo di una comunione fraterna nel perdono, nonostante e persino dentro la massima lacerazione diabolica. La purificazione di cui lui, come tutti, hanno bisogno si realizza con la discesa-abbassamento radicale di Dio-servo al cuore del fallimento e del peccato umano più grande, così da abbracciarlo nella indefettibile unità, santità, “gloria” del Padre e del Figlio.