Collatio 11-10-2019

Giovanni 13,31-38

Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.

Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».

Con la sua sola uscita Giuda sembra già anticipare tutto. In fondo il tradimento è già tutto in questo uscire, in questo sottrarsi alla relazione con Gesù e scegliere la notte (o lasciarsi scegliere da essa). “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”: il tempo del tradimento corrisponde alla rivelazione più piena e splendente del “peso” (quel che significa “gloria” in ebraico), del valore, della verità più intima e profonda dell’identità di Gesù. È qui e ora che si mostra chi è davvero Gesù: in un amore senza limiti che vince la paura della morte, e si dona anche a chi lo tradisce. Ma questa non è solo la sua gloria, è anche il luogo della rivelazione piena della gloria, cioè del mistero della santità di Dio: “Dio è stato glorificato in lui”. Qui Gesù non dice “il Padre”: è la natura stessa di Dio che in lui si manifesta come amore che si dona senza riserve per la vita del mondo; “la gloria di Dio è l’uomo vivente” (Sant’Ireneo). La risurrezione, come glorificazione di Gesù da parte di Dio, sarà la pronta (“subito”) conferma della verità e della definitività di questa rivelazione: sì, Dio è amore, senza pentimenti, e lo si vede pienamente nell’innalzamento di Gesù sulla croce. Ora Gesù si rivolge ai suoi chiamandoli per la prima volta “figlioli”: non solo egli li ha amati e ora sta portando “fino alla fine” questo amore per loro (13,1), ma non si vergogna di esprimere nei loro confronti anche una affettività dolce, una tenerezza materna, che a partire dal gesto intimo della lavanda dei piedi e dell’accoglienza nel suo grembo del discepolo che ama, continuerà a “riscaldare” tutti questi capitoli dell’ultima sera. I discepoli dovranno custodire anche la memoria affettiva, il vissuto di intimità profonda, umana con Lui, come spazio per un riconoscimento più chiaro della sua eredità nel dono dello Spirito. Di generazione in generazione questo “figlioli” giunge a noi come il segnale di una tenerezza che è parte integrante della nostra autentica relazione con Gesù, che non è mai puramente dottrinale e volontaristica (cfr. 10,3-5.27-30). La forza di questa relazione intensa e personale tra Gesù e i suoi discepoli non toglie, anzi rende ancor più cocente il dolore per una separazione inevitabile: “ancora per poco sono con voi”; per un limite che, al pari dei Giudei, i discepoli non possono oltrepassare: “voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire”. C’è un passaggio che è solo del Figlio: deve tornare a colui che lo ha mandato, il Padre. Ma, a differenza dei Giudei, i discepoli, davanti a questa separazione, possono contare su di un lascito, ricevono ora la sua preziosissima eredità: “vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Quello che ha da dargli è il suo stesso amore, come forza divina che genera una vita nuova, e che si esprime nella comunità dei discepoli secondo una nuova legge: vivere nell’amore reciproco il regalo del suo amore per noi. Sarà questo il segno di riconoscimento, il “marchio di fabbrica”: l’inconfondibile potenza nuova di un amore che non teme la morte e che vince ogni chiusura, ogni peccato, ogni tradimento. Tutti diranno “questo è un cristiano” (non perché va a messa o ha un crocifisso al colla o attaccato al muro…): “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”. Ma sia chiaro: non per volontà propria, per virtù propria, né per il proprio slancio o entusiasmo, e neppure per il proprio amore per Gesù, ma solo per la sua grazia, per il dono del suo amore per noi che deve essere portato fino in fondo. Anche Simon Pietro deve accettare che per quanto ami Gesù non può ora dare la vita per Lui. C’è un prima: è Gesù che dà la sua vita anche per Pietro, come per Giuda, come per tutti. Non è Pietro che salva Gesù, è Gesù che salva Pietro, e che con il suo perdono lo rinnoverà. Solo allora anche Pietro potrà glorificare Dio dando la sua vita (21,18-19). Ora c’è da passare attraverso l’umiliazione del rinnegamento, di una notte che sembra vincere su tutto: Pietro deve toccare con mano che questo amore nuovo fino a dare la vita non è da lui ma da Dio, che, al di là dei sincerissimi propositi, è ancora schiavo di tutte le sue paure, delle sue fragilità, e soprattutto delle sue presunzioni.