Collatio 12-10-2019

Giovanni 14,1-14

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore.

Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».

L’imminenza della morte di Gesù e l’impossibilità da parte dei discepoli a seguirlo ora mette in subbuglio il cuore dei discepoli. Questa separazione violenta getta nello sconforto e nella paura quanti hanno legato la loro esistenza alla persona di Gesù: un intimo dolore, un improvviso spaesamento, un enorme vuoto di senso invade il loro cuore. E ora che sarà di noi? È a questo turbamento che risponde Gesù, offrendo la via di affidamento e di consegna al Padre che lui stesso ha percorso: “non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. È troppo importante questo momento di separazione anche per i discepoli perché lo sciupino in una sterile agitazione del cuore; questo è il momento in cui tutto trema perché tutto ora ritrovi un senso più profondo e ampio. Questo strappo è in realtà, nella fede, uno squarcio verso “altro”, uno scorcio verso l’invisibile e permanente dimora di Dio, verso la comunione più grande e definitiva preparata per tutti da Gesù nella casa, cioè nel cuore del Padre. Non c’è da temere: la morte non distrugge la vita, ma la “consegna a destinazione”, dove Gesù ci precede preparando e “dilatando” il cuore misericordioso di Dio verso tutti. Non si tratta di “immaginare” il luogo verso il quale siamo diretti, ma di sperimentarlo già ora anticipatamente camminando nella via nuova tracciata da Gesù. In Lui, nel suo amore “fino alla fine”, i discepoli hanno già ricevuto la rivelazione del volto di Dio come Padre e il dono di una vita perdonata, liberata, sovrabbondante. Il tempo della separazione, se non si riduce ad essere solo il teatro del nostro dolore impaurito e arrabbiato, è sempre anche il tempo in cui scopriamo la verità di ciò che abbiamo vissuto. Così Gesù vuole che sia per i discepoli. Le parole intime di questa ultima sera, nell’annuncio del passaggio di Gesù da questo mondo al Padre, sono il sostegno per questo altro passaggio: quello dei discepoli ad una consapevolezza più profonda del loro rapporto con Gesù, e di quello che ora è chiamato a diventare. “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto Filippo?”: tutta la storia qui si ricapitola (Filippo è uno dei primi discepoli) perché riceva la sua piena luce: “chi ha visto me ha visto il Padre”. La prospettiva della futura dimora di Dio in cui Gesù ci precede e di una comunione piena al suo ritorno (“verrò di nuovo e vi prenderò con me”) illumina l’esperienza attuale che i discepoli fanno di Dio in Gesù (“fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”), anzi di tutta la loro storia con Lui (“da tanto tempo sono con voi”) come di una scoperta del volto di Dio e della sua presenza efficace: “Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse”. Anzi, questo momento di separazione non è solo il momento in cui una storia e una presenza si svela pienamente, è anche il tempo in cui ci si prepara ad una esperienza nuova, ancora sconosciuta, ma più intima ed efficace, della comunione con Gesù: “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò”. Comincia una vicenda nuova, che nella potenza del Signore risorto, attraverso i discepoli, farà spazio ad un’opera “più grande”: non miracoli più grandiosi, ma l’azione dello Spirito del Risorto che trasforma i cuori e semina definitivamente l’amore “fino alla fine” nella storia del mondo, come vera speranza del Regno futuro.