Collatio 06-11-2019

Giovanni 18,1-11

Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli.

Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».

Conclusa la preghiera al Padre, Gesù esce e si fa incontro alla sua passione. E tutto il dramma, come al principio della storia biblica, si svolge nello scenario intimo e amorevole del giardino: lì è posto il primo uomo perché in armonia con la creazione e in obbedienza a Dio si nutra e viva (Gen 2). Per questo è anche il luogo del “tradimento”, dove quella intimità è violata e al colloquio amichevole con Dio che passeggia nel giardino “alla brezza del giorno” (Gen 3,8) si sostituisce la diffidenza, la paura e la violenza del peccato. Gesù è l’uomo nuovo, che entra ancora nel giardino per seminarvi un amore invincibile, fino a dare la vita. Per questo il suo farsi innanzi e l’offerta consapevole di sé (“sono io!”) fa retrocedere e cadere a terra coloro che lo cercano. Gesù, all’inizio della narrazione del Vangelo, aveva chiesto ai suoi primi discepoli “che cercate?”, e la verità di quella ricerca aveva permesso loro di andare, vedere e stare con Lui (1,35-39). Ora tutto sembra rovesciarsi, e la domanda di Gesù (“chi cercate?”), è rivolta al gruppo tenebroso e minaccioso di soldati guidato da un discepolo che tradisce, che introduce le armi nel luogo disarmato dell’amicizia e del dono reciproco. Ma nel “sono Io” di Gesù non c’è la debolezza della vittima braccata; c’è invece tutta la consapevole consegna di sé, nella relazione con il Padre, che fa tremare gli stessi soldati giunti a prenderlo e qui ridotte a comparse: “Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10,17-18). Gesù vive tutto nella relazione con il Padre, la sua anima è interamente accompagnata dal volto e del Tu del Padre: anche il suo invito a lasciar “che questi se ne vadano”, non ha nulla a che fare con l’idea dell’eroe solitario che muore al posto degli altri, ma con la cura e la custodia fino in fondo di coloro che il Padre gli ha dato. Questa è l’ora di Gesù, affinché i discepoli, tutti, e d’ora innanzi, siano certi che a fondamento della loro risposta c’è il suo dono, e che la relazione con Lui è grazia e quindi la vita cristiana è un continuo rendimento di grazie. Anche al generoso e impulsivo Pietro, che pensa di reagire con la violenza all’ingiustizia della cattura, Gesù risponde, senza ombra di moralismi, mettendolo a parte di quel che sta vivendo più profondamente: Egli non ha davanti la prepotenza dei soldati o la malizia di Giuda, ma l’offerta del Padre di trasformare quest’ora di buio in obbedienza amante, nel nuovo inizio del giardino perduto.