Collatio 26-11-2019

Giovanni 20,24-31

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

L’assenza di Tommaso fa intuire che qualcosa è ancora sospeso, e forse non c’è solo la necessità che anche lui sia ricondotto alla fede degli altri in Gesù risorto, ma che con lui i discepoli tutti giungano a quella “completezza” della fede che può essere consegnata alle generazioni future dei credenti. La testimonianza dei discepoli a Tommaso “abbiamo visto il Signore” non sembra ancora così piena da aprire le porte. L’ostinazione di Tommaso, la sua pretesa ad essere incluso personalmente nell’esperienza di Gesù vivo forse non è solo il segno della sua fatica a credere, ma anche della insufficiente fede degli altri, che pure hanno visto il Signore. E forse è proprio la forza con cui egli reclama di vedere e toccare Gesù che manca alla fede degli altri. Per questo Gesù viene, otto giorni dopo, cioè nell’appuntamento del “primo giorno della settimana” (quella che i cristiani chiameranno il “giorno del Signore”, il “dies dominica” cfr. Ap 1,10), per manifestarsi “nel mezzo”, nonostante le porte ancora chiuse, e per la terza volta annunciare “pace a voi!”, perché quel che farà con Tommaso sarà in realtà dono di pace piena e definitiva (la terza volta) per tutti. Alla pretesa di Tommaso di vedere e toccare, Gesù risponde con totale disponibilità: vedendo e toccando Tommaso dovrà diventare credente, dovrà riconoscere quelle piaghe come fonte inesauribile di vita per lui e per tutti. Rispetto all’incontro con gli altri discepoli, che, al di là della gioia, non avevano interagito attivamente con Gesù, qui Tommaso giunge al culmine della professione di fede: “mio Signore e mio Dio”. C’è stato bisogno di lui, della sua forza, del suo coraggio (lo ricordate in 11,16?), perché dal contatto con la carne ferita e risorta di Gesù scaturisse il riconoscimento della sua identità divina. Dunque alle generazioni future dei credenti è ora possibile affidare il tesoro della testimonianza del Risorto: dalla fede “senza vederlo” del discepolo amato (20,8) alla pretesa di vederlo e toccarlo di Tommaso. Per conoscere la beatitudine del credere abbiamo bisogno sia della fede “nell’amore” che intuisce e si affida con semplicità, sia della ricerca coraggiosa e personale che pretende di coinvolgersi pienamente e di toccare con mano. La carne di Gesù risorto è ora per noi proprio “questo libro”, il Vangelo, il libro dei “segni”, che, insieme alla carne ferita dei nostri fratelli, è il luogo della ricerca, dell’approfondimento personale e del riconoscimento di Gesù, in quel cammino nel quale “credendo abbiamo la vita nel suo nome”, fino a quando anche noi confesseremo, arresi e stupiti, “mio Signore e mio Dio”.