Collatio 27-11-2019

Giovanni 21,1-14

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.

Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Dopo la conclusione del capitolo 20, che aveva tutto il sapore di un epilogo generale, un ultimo ampio capitolo chiude la narrazione del vangelo, con ogni probabilità un’aggiunta della redazione finale; il linguaggio, l’atmosfera, i riferimenti, oltre che richiamare il resto del vangelo, attingono a piene mani dai vangeli sinottici: per esempio la scena della pesca infruttuosa e poi, per la parola di Gesù, abbondantissima, che richiama in tanti particolari l’episodio lucano (Lc 5,1-11) della chiamata di Pietro e dei primi discepoli, che se fosse per il vangelo di Giovanni non sapremmo neppure che erano pescatori. Un’altro segnale è la parola “manifestare”, che non era stata usata nel capitolo precedente per indicare l’incontro del Risorto con i suoi: là era semplicemente un venire e un vedere. D’altra parte nel capitolo precedente l’attenzione era prima di tutto al “fatto” di vedere e riconoscere il Risorto da parte dei discepoli, come adempimento della promessa di Gesù e come fondamento per la loro permanente testimonianza verso quanti saranno beati credendo senza vedere: essi potranno infatti credere in Gesù e ricevere la vita a partire dai “segni” scritti nel libro, così come i “segni” scritti nel corpo di Gesù sulla croce, furono contemplati e toccati dai suoi discepoli. Qui invece, in questa “terza volta”, il punto non sta nel “fatto”, ma nel “come” della manifestazione del Risorto, perché fa da ponte e da chiave di interpretazione per la chiesa della sua esperienza storica di Gesù vivo e presente in essa, e rappresentata qui nella sua completezza e varietà dai sette discepoli: Pietro, Tommaso (comunità di origini giudaiche), Natanaele (comunità di origini galilaiche), Giacomo e Giovanni (del gruppo dei dodici mai nominati nel Vangelo) e altri due. Sul lago di Tiberiade, dunque, si rappresenta la vita della chiesa, così come è originata dalla pasqua di Gesù, e fondata sulla testimonianza degli apostoli; si parla di noi! Per prima cosa si va a pescare; il gruppo che si ritrova insieme segue l’iniziativa di Pietro: c’è un lavoro da fare. La fatica di affrontare il mare e la notte non può essere sfuggita rimanendo al caldo delle proprie sicurezze, uscire è rinnovare una fiducia nel Signore anche se questo sembra non portare alcun frutto: “Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze, ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio” (Is 49,4). Infatti la notte non dura sempre: c’è un’alba e una riva nella quale il Signore, seppure sconosciuto, ci attende. È il risuonare della sua parola a risvegliare una intimità perduta, a riprendere una storia interrotta, nella quale poter affidare i nostri fallimenti e consegnare i nostri bisogni, per aprirsi a nuove possibilità di fecondità e nutrimento: “Piccoli miei (tradotto con “figlioli”), non avete nulla da mangiare?… gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete!”. È l’alba del giorno nel quale il Signore con la sua parola apre i nostri occhi a quel che nella notte non potevamo vedere: con lui tutto è più chiaro, e possibile. Le reti piene, che oltrepassano la stessa capacità dei discepoli di tirarle, sono per il discepolo amato il segnale inequivocabile di Lui: “È il Signore!”. Qui tutto cambia: non siamo più sul piano di quel che si fa, giusto o sbagliato, efficace o fallimentare, ma con chi, alla presenza di chi. Ora che il discepolo amato ha riconosciuto la presenza del Signore, tutto è orientato a Lui: è Pietro che ne indica la direzione gettandosi per primo verso di Lui, e sono gli altri che vengono a loro volta, facendo attenzione perché nulla di ciò che è stato raccolto si perda (cfr. 6,12). Dopo la pesca c’è dunque il radunarsi di tutti e di tutto sulla riva presso il Signore, intorno a un fuoco di vera intimità e comunione (cfr. invece 18,18.25!) dove già un nutrimento è preparato: il pane e il pesce, come quelli che saziarono la folla (6,1-13). Eppure, prima dell’invito di Gesù (“venite a mangiare”) c’è bisogno che si aggiunga ed entri nel banchetto già pronto ciò che è stato pescato. La missione, con la sua fatica infruttuosa e i suoi meravigliosi doni di fecondità, giunge al cospetto del Signore per trovare, nell’eucarestia, un nutrimento di pura grazia: il dono del suo amore gratuito e preveniente, che non esclude nulla, ma tutto accoglie, purifica e trasforma in esperienza del Regno, in anticipo di vita eterna. La fatica della missione giunge all’eucarestia, perché divenga vero nutrimento per tutti. È qui che l’intuizione della presenza del Signore (“è il Signore!”) diventa conoscenza certa, esperienza condivisa del suo amore (“sapevano bene che era il Signore”); una presenza e un amore che accogliamo nel suo venire a noi (tradotto: “si avvicinò”), nel suo prendere il pane e il pesce, cioè la sua vita, la nostra vita, il mondo, e nel suo farne “dono”.