Collatio 21-1-2020

Isaia 43,22-28

«Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe;
anzi ti sei stancato di me, o Israele.

Non mi hai portato neppure un agnello per l’olocausto,
non mi hai onorato con i tuoi sacrifici.
Io non ti ho molestato con richieste di offerte,
né ti ho stancato esigendo incenso.

Non hai acquistato con denaro la cannella per me
né mi hai saziato con il grasso dei tuoi sacrifici.
Ma tu mi hai dato molestia con i peccati,
mi hai stancato con le tue iniquità.

Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso,
e non ricordo più i tuoi peccati.

Fammi ricordare, discutiamo insieme;
parla tu per giustificarti.

Il tuo primo padre peccò,
i tuoi intermediari mi furono ribelli.

Perciò profanai i capi del santuario
e ho votato Giacobbe all’anatema,
Israele alle ingiurie».

Eravamo rimasti a quell’espressione di speranza e creazione nuova: “il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi” (v.21), e subito si oppone un “invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe…”: un popolo “implasmabile” cessa di rivolgersi a Dio, perché irrigidito (lo abbiamo letto nei versetti precedenti) in una memoria fissa che rende il suo rapporto con Dio una pretesa di ripetizione incapace di vedere quel che di nuovo germoglia. La forma idolatrica della relazione con Dio (fin dal vitello d’oro!) corrisponde alla sua “commercializzazione” (dirà Gesù nel tempio: “non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato!” Gv 2,17!), nel tentativo di “prendere”, di possedere il favore divino in cambio di sacrifici e offerte. Ma i profeti non si stancano di ripetere che non è questo il culto di cui il Signore si compiace! Quello che il Signore vuole è un cuore contrito, capace di convertirsi, di tornare con sincerità a Dio e di imparare a vivere nelle sua giustizia il rapporto con gli altri. Fin dall’inizio il libro di Isaia aveva messo in guardia da un culto esteriore, che cerca in tutti i modi di ingraziarsi Dio, senza mettere in discussione il proprio atteggiamento, il proprio comportamento, la propria vita, ma solo moltiplicando offerte e sacrifici per ottenere a tutti i costi la realizzazione dei propri progetti o la protezione dei propri interessi (1,10-17). E ora, nel tempo della tribolazione e dell’umiliazione, dove non si riesce a cogliere l’intervento di Dio (ricordate il lamento…: “La mia via è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio” 40,27), ora quello stesso atteggiamento rigido, quello che la bibbia chiama “durezza di cuore”, che induceva la moltiplicazione di un culto “di mercato”, diventa rassegnazione, disillusione, allontanamento da Dio, disamoramento, proprio perché davanti a un Dio che sembra non rispondere è incapace di “lasciarsi plasmare”: “Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele!”. Il Signore, davanti a questo “abbandono” di Israele, ricorda che non è Lui a chiedere offerte e sacrifici! L’unica cosa che vuole è amore, fedeltà, giustizia, e l’unica cosa che lo stanca è il moltiplicarsi del peccato, dell’iniquità, della violenza. E qui c’è tutto il meraviglioso “contropiede” di Dio: mentre quando il popolo si stanca di Dio, perché non corrisponde alle sue aspettative e alle sue “memorie rigide”, se ne va, lo abbandona stizzito, Dio invece, quando si stanca del suo popolo, perché si ostina nel peccato e nella infedeltà all’alleanza di amore, non solo non se ne va, non abbandona il suo popolo, ma gli si fa incontro cancellando il suo peccato! Quando Dio si stanca di noi ci perdona! E mentre ci abbraccia con il suo perdono ci fa sentire la durezza insensata del nostro peccato, ci fa ricordare la nostra stoltezza, e la storia di peccato, castigo e grazia, cioè la storia di amore instancabile e gratuito dalla quale veniamo. “Mi hai stancato con le tue iniquità, Io, Io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso!”: è dall’abisso infinito del suo amore che Dio attinge sempre nuovamente la forza di venirci incontro, oltrepassando ogni ostacolo della nostra durezza, delle nostre pretese, del nostro peccato. Il Signore dimentica, purché noi ricordiamo. Il Signore perdona, affinché noi sentiamo il dolore del peccato, ed entriamo nella gioia del suo perdono: “il popolo che ho plasmato per me celebrerà le mie lodi!”.