Collatio 23-1-2020

Isaia 44,6-20

Così dice il Signore, il re d’Israele,
il suo redentore, il Signore degli eserciti:
«Io sono il primo e io l’ultimo;
fuori di me non vi sono dèi.

Chi è come me? Lo proclami,
lo annunci e me lo esponga.
Chi ha reso noto il futuro dal tempo antico?
Ci annuncino ciò che succederà.

Non siate ansiosi e non temete:
non è forse già da molto tempo
che te l’ho fatto intendere e rivelato?
Voi siete miei testimoni:
c’è forse un dio fuori di me
o una roccia che io non conosca?».

I fabbricanti di idoli sono tutti vanità e le loro opere preziose non giovano a nulla; ma i loro devoti non vedono né capiscono affatto e perciò saranno coperti di vergogna. Chi fabbrica un dio e fonde un idolo senza cercarne un vantaggio? Ecco, tutti i suoi seguaci saranno svergognati; gli stessi artefici non sono che uomini. Si radunino pure e si presentino tutti; insieme saranno spaventati e confusi.
Il fabbro lavora il ferro di una scure, lo elabora sulle braci e gli dà forma con martelli, lo rifinisce con braccio vigoroso; soffre persino la fame, la forza gli viene meno, non beve acqua ed è spossato. Il falegname stende la corda, disegna l’immagine con lo stilo; la lavora con scalpelli, misura con il compasso, riproducendo una forma umana, una bella figura d’uomo da mettere in un tempio. Egli si taglia cedri, prende un cipresso o una quercia che aveva fatto crescere robusta nella selva; pianta un alloro che la pioggia farà crescere.
L’uomo ha tutto ciò per bruciare; ne prende una parte e si riscalda o anche accende il forno per cuocervi il pane o ne fa persino un dio e lo adora, ne forma una statua e la venera. Una parte la brucia al fuoco, sull’altra arrostisce la carne, poi mangia l’arrosto e si sazia. Ugualmente si scalda e dice: «Mi riscaldo; mi godo il fuoco». Con il resto fa un dio, il suo idolo; lo venera, lo adora e lo prega: «Salvami, perché sei il mio dio!».
Non sanno né comprendono; una patina impedisce ai loro occhi di vedere e al loro cuore di capire. Nessuno riflette, nessuno ha scienza e intelligenza per dire: «Ho bruciato nel fuoco una parte, sulle sue braci ho cotto persino il pane e arrostito la carne che ho mangiato; col residuo farò un idolo abominevole? Mi prostrerò dinanzi a un pezzo di legno?». Si pasce di cenere, ha un cuore illuso che lo travia; egli non sa liberarsene e dire: «Ciò che tengo in mano non è forse falso?».

Ci sono due modi di vivere: riconoscere Colui che sta all’inizio di tutto e porta tutto a compimento con imperscrutabile sapienza (“Io sono il primo e io l’ultimo!”), oppure affidarsi all’opera delle proprie mani, facendone il proprio dio. La prima è risposta a una vocazione (letteralmente il v. 7 dice: “chi è come me che chiama?”), è accogliere l’invito ad una relazione personale con il Destino. Di questo è testimone Israele, con la sua storia così intimamente intrecciata a un Dio che promette, che fa uscire, che libera, perché anche tutti i popoli, vedendo, possano riconoscere la dignità della chiamata alla relazione personale con un Dio che si rivela e apre un futuro. La smentita di questo è l’idolatria, e cioè chiudere l’anelito della propria speranza, il desiderio dell’Altro, dentro il cerchio chiuso delle proprie opere, di ciò che è in nostro potere, nelle nostre mani. Una vita non affidata è una vita preda dell’ansia, che non sa appoggiarsi all’unica roccia perché vorrebbe il controllo su tutto; per questo esorta il suo popolo: “non siate ansiosi e non temete… voi siete miei testimoni: c’è forse un dio fuori di me o una roccia che io non conosca?”. L’idolatria è dunque un velo, un inganno che impedisce di vedere e di comprendere (“una patina impedisce ai loro occhi di vedere e al loro cuore di capire”), perché si nutre della falsa speranza dell’auto-salvezza: fare e avere fra le mani ciò che mi salverà. “Salvami, perché sei il mio dio!” dice lo stolto all’opera delle sue mani, ma egli “non può salvare se stesso” (la traduzione intende: “non sa liberarsene”), perché non sa riconoscere: “ciò che tengo in mano è falso!”. C’è una strada che ci riconsegna alla nostra più alta dignità regale, ed è la risposta personale alla chiamata di Dio, a entrare in relazione con Lui affidandoci a Lui; e c’è una strada sciocca e irragionevole che conduce alla “vergogna”, perché nell’inganno dell’auto-salvezza ci costringe a prostrarci davanti a ciò che è inferiore a noi, all’opera umana, umiliando e calpestando così la nostra stessa dignità.