Collatio 27-1-2020

Isaia 45,1-8

Dice il Signore del suo eletto, di Ciro:
«Io l’ho preso per la destra,
per abbattere davanti a lui le nazioni,
per sciogliere le cinture ai fianchi dei re,
per aprire davanti a lui i battenti delle porte
e nessun portone rimarrà chiuso.

Io marcerò davanti a te;
spianerò le asperità del terreno,
spezzerò le porte di bronzo,
romperò le spranghe di ferro.

Ti consegnerò tesori nascosti
e ricchezze ben celate,
perché tu sappia che io sono il Signore,
Dio d’Israele, che ti chiamo per nome.

Per amore di Giacobbe, mio servo,
e d’Israele, mio eletto,
io ti ho chiamato per nome,
ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca.

Io sono il Signore e non c’è alcun altro,
fuori di me non c’è dio;
ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci,

perché sappiano dall’oriente e dall’occidente
che non c’è nulla fuori di me.
Io sono il Signore, non ce n’è altri.

Io formo la luce e creo le tenebre,
faccio il bene e provoco la sciagura;
io, il Signore, compio tutto questo.

Stillate, cieli, dall’alto
e le nubi facciano piovere la giustizia;
si apra la terra e produca la salvezza
e germogli insieme la giustizia.
Io, il Signore, ho creato tutto questo».

Troviamo oggi una delle espressioni più stupefacenti e ardite dell’Antico Testamento: il re pagano Ciro è chiamato dal Signore “suo unto” cioè messia (la traduzione un po’ infelice propone “eletto”)! Qui la parola “unto” non ha ancora il significato “messianico” di salvatore finale e definitivo che assumerà più avanti nelle Scritture: il Messia, l’Unto, è il re di Israele, o il sommo sacerdote. Ma l’azzardo è comunque forte, perché si sta attribuendo un significato salvifico nei confronti del popolo di Dio ad un personaggio che non solo è fuori da Israele (questo sì “eletto”, come ribadito anche al v. 4), ma che non conosce il Signore (come esplicitato due volte al v. 4 e al v. 5). Eppure il Signore lo ha scelto; e non solo per essere strumento di salvezza per Israele, ma perché tutto il mondo riconosca il Signore come unico Dio. La rivelazione di santità, signoria e regalità di Dio sul mondo che il profeta Isaia aveva ricevuto al momento della sua vocazione-missione (cap. 6), viene ora, attraverso l’ “unto” e parimenti inconsapevole Ciro, manifestata a tutti i popoli. Ciro non è esaltato per le sua qualità personali, per la sua potenza, o, peggio ancora, per la sua “divinità” (come nel parallelo del cosiddetto “Cilindro di Ciro”, un testo celebrativo della corte persiana), ma perché è il Signore che “compie tutto questo” attraverso di lui, rendendo il suo avanzare spedito e inarrestabile. Di più: anche se Ciro non conosce il Signore, è a lui che il Signore direttamente si rivolge, gli parla, lo chiama per nome, ne fa lo strumento della sua salvezza, “perché tu sappia che io sono il Signore”. Quel che avviene dentro la storia, anche fuori dai nostri “confini” o appartenenze, è segno di qualcosa di più ampio, che coinvolge il cielo e la terra, affinché il dono di Dio, come pioggia, raggiunga e fecondi una terra, la cui crosta si incrina e sulla quale un varco si apre per lasciar germogliare la salvezza e la giustizia, cioè il bene di una umanità nuova, secondo Dio.