Collatio 5-2-2020

Isaia 49,1-6

Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome.

Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all’ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita,
mi ha riposto nella sua faretra.

Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».

Io ho risposto: «Invano ho faticato,
per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,
la mia ricompensa presso il mio Dio».

Ora ha parlato il Signore,
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele
– poiché ero stato onorato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –

e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti d’Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra».

E’ il profeta-servo ora a parlare direttamente, come già in 48,16, e questa volta alle “nazioni lontane”. C’è un messaggio che devono ascoltare e al quale porre attenzione. Il Signore stesso l’aveva comandato a Israele, uscendo da Babilonia: “annunciatelo con voce di gioia, diffondetelo, fatelo giungere fino all’estremità della terra” (48,20). E quello che il servo ha da annunciare riguarda innanzitutto la sua stessa persona: “il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome”. La vita del profeta è tutta intera una cosa sola con la sua vocazione e missione: egli è fin dal principio consegnato per un compito di parola, una parola che è come “spada affilata” e “freccia appuntita” nella mano del Signore perché il suo popolo, suo servo, se ne lasci trafiggere e torni ad essere, nel mondo e dentro la storia, il luogo del manifestarsi della sua gloria. Eppure a nulla è servito quello che il profeta ha detto affinché Israele si convertisse e tornasse al suo Dio: “Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze”. In 42,4 era stato detto del servo che “non verrà meno e non si abbatterà…”, eppure ora sembra che la sua opera sia stata inutile (come il Signore aveva detto ad Isaia al momento della sua vocazione-missione: 6,9-10!), e che le forze siano esaurite. E’ il passaggio terribile del fallimento: sei diventato una cosa sola con la missione che ti è stata affidata, e ora, toccando con mano l’inutilità della tua fatica, crolla anche il senso della tua stessa vita (Gn 4!). E’ qui che il profeta davvero comincia a fidarsi unicamente di Dio, e del modo con cui Lui porterà a compimento e riscatterà dall’insignificanza ogni cosa: “Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio”. Anche Gesù attraversa questo sgomento, e solo il suo abbandono nelle mani del Padre fa del seme gettato che muore la promessa di un frutto abbondante (Gv 12,23-28!). E anche qui, per il profeta, il frutto più abbondante di questa “morte” vissuta con fede è il rinnovarsi e ampliarsi della sua vita-missione oltre ogni confine, perché ora la sua vita-missione non appartiene più semplicemente a lui, ma a Dio stesso. E così il profeta è “onorato” da Dio (cfr. ancora Gv 12,26-28!), proprio nel momento in cui è spogliato della sua missione (quella missione che il Signore stesso gli aveva affidato!) e gli viene restituita nuova (come Isacco, il figlio della promessa, tolto e restituito ad Abramo; Gen 22!). La vita-missione del profeta, dunque, nelle mani di Dio ha un orizzonte più grande: non solo perché sia ricondotto al Signore Israele, ma perché tutte le nazioni siano illuminate dalla conoscenza di Dio e le estremità della terra siano raggiunte dal dono della sua salvezza. Una chiesa che sperimenta tutta l’inefficacia del suo operare in un mondo che sembra affaccendato in tutt’altro è sempre tentata di rinchiudersi, intristita e amareggiata, nel proprio spazio, ritenendosi in fondo proprietaria della sua missione; ma è proprio questo invece il momento, come ci indica con forza papa Francesco, di uscire verso tutti, proprio a partire dai nostri fallimenti, per riscoprire il servizio povero e gioioso del vangelo che Dio ci affida verso tutti gli uomini, fino a quelle “estremità della terra” che sono in attesa di luce, di bene, e di giustizia.