Collatio 11-2-2020

Isaia 50,4-9

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,
perché io sappia indirizzare
una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come i discepoli.

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.

Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi.

Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.

È vicino chi mi rende giustizia:
chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci.
Chi mi accusa? Si avvicini a me.

Ecco, il Signore Dio mi assiste:
chi mi dichiarerà colpevole?
Ecco, come una veste si logorano tutti,
la tignola li divora.

Come già in 48,16 (“Ora il Signore Dio ha mandato me insieme con il suo spirito”) e 49,1-6 (“Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome…”) il servo-profeta parla di nuovo in prima persona. La sua lingua non è più solo la “spada affilata” e la “freccia appuntita” pronta “nella faretra” perché, attraversato con fiducia il tempo della fatica vana presso Israele, diventi strumento di luce e salvezza anche per tutte le nazioni; ora la lingua donata da Dio è quella del discepolo attento, che, a differenza del popolo ostinato e ribelle che non risponde al Signore che chiama (v. 2!), sa mettersi in ascolto di Lui ogni mattino. Questa lingua nuova è dunque collegata ad un orecchio aperto, e questa apertura è una dolorosa partecipazione all’amore trafitto di Dio, donato e rifiutato. Solo così il servo può “indirizzare una parola allo sfiduciato”: lasciando la sua “zona di comfort”, e accettando di attraversare il patimento. Lì dentro il servo comprenderà il senso più profondo e drammatico dell’amore ferito di Dio, e la fiducia nella sua vittoria finale, e solo così potrà donare una parola di vera speranza ad ogni persona schiacciata e scoraggiata. Il servo è flagellato, torturato, insultato, privato della dignità: sul suo corpo si scrive la storia dell’amore fallito ma anche fedele di Dio, nella certezza della sua presenza. Il servo perseguitato e irriso sa che la sua sofferenza e il suo insuccesso nel mondo non sono la misura vera dell’efficacia e verità della sua missione: egli è chiamato fin dal seno materno, e il Signore stesso, fin da allora, ha pronunciato il suo nome. Nessuna umiliazione può incrinare il senso vivo e consistente di Colui che è vicino e rende giustizia, perché il suo amore, ora rifiutato, è l’unica roccia su cui sperare e l’unica causa destinata a trionfare, e la violenza degli empi mostrerà tutta la sua debolezza: “come un aveste si logorano tutti, la tignola li divora”. C’è dunque un Israele fedele, ed è nella persona di questo servo oltraggiato e confidente, che assume su di sé la contraddizione di una storia di amore tradita, per divenire autentico testimone di parole nuove, distillate da una sofferenza senza disperazione, consegnate ad ogni uomo schiacciato e sfiduciato.