Collatio 20-04-2020

Atti 1,1-11

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.

Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Sin dalle prime parole degli Atti, Luca fa riferimento al “primo racconto”, cioè al suo Vangelo, che costituisce la prima parte del suo “dittico” Luca-Atti. Al Teofilo (colui che ama Dio) che è in ognuno di noi, Luca si rivolge per completare un annuncio che egli avverte “incompleto” se si fermasse alla narrazione del Vangelo. Certo la “prima parola” (così è letteralmente l’espressione che viene tradotta con “primo racconto”) è l’annuncio della vita, del ministero e della Pasqua di Gesù, e non solo cronologicamente, ma in quanto fondamento che sorregge e dà forma all’avventura della comunità dei discepoli dopo la sua Pasqua. Nel Vangelo Luca ha narrato “quello che Gesù cominciò a fare e insegnare” (così letteralmente) e ora in questo secondo libro (così sembra suggerirci…) sarà raccontato quel che Gesù stesso continuerà a fare e insegnare attraverso la testimonianza dei discepoli. Vedremo come Luca ci tenga particolarmente a mettere in evidenza il parallelismo tra il percorso di Gesù nel Vangelo e quello della chiesa e dei discepoli negli Atti. Insomma, senza il Vangelo è impossibile comprendere la vita della chiesa. Mentre dunque si appresta a riprendere il racconto dalla assunzione di Gesù in cielo, laddove si era interrotto alla fine del Vangelo, Luca ci riferisce di “quaranta giorni” (paralleli ai quaranta giorni di Gesù nel deserto, al principio della sua missione, ed eco dei quarant’anni di “educazione del deserto” di Israele prima di entrare nella Terra) nei quali Gesù ha pazientemente istruito i discepoli con una sorta di “training di preparazione”, per entrare in una comprensione nuova del “Regno di Dio”. Essi non potranno più appoggiarsi alla presenza fisica di Gesù accanto a loro (potremmo ricordare in questo senso i lunghi discorsi di addio di Gesù nell’ultima cena secondo il vangelo di Giovanni; capp. 13-17); ora devono essere resi certi che Dio regna, contro ogni falsa evidenza di un mondo che si presenta come vincente, per poter cogliere il soffio di Dio, affidarsi alla sua guida, e accettare di divenirne umili strumenti nella storia. Il contesto vitale e intimo della tavola diviene luogo di incontro con Gesù che dà ai discepoli un comando preciso: non allontanarsi da Gerusalemme. Non si tratta di farsi prendere da vane frenesie, ma di rimanere nel luogo in cui tutto si è compiuto, in attesa della promessa del Padre, cioè del dono dello Spirito. Gli apostoli, scelti da Gesù, devono misurare tutta la loro impotenza e inutilità. E neppure Gesù li invia “in proprio”: sarà lo Spirito, inviato dal Padre, a dettare i tempi. Essi dovranno sperimentare una piena “Immersione” nella potenza dello Spirito, prima di intraprendere qualsiasi altra cosa. Accettare di “stare fermi” (questi nostri giorni sono un bell’esercizio…), mantenendo aperta tutta intera la fiducia nella promessa di Dio che trasforma il mondo, è la condizione fondamentale per essere resi da Lui strumenti adatti, pacificati e pacificanti, nelle sue mani (cfr, Is 49, 4-6). Altrimenti ogni impresa sarà solo cosa nostra, sterile affanno. Anche i discepoli, educati dal Risorto per quaranta giorni, faticano a comprendere; forse ci aiuta un po’ a non scandalizzarci di noi stessi e degli altri, di tutte le resistenze, le durezze, gli ostacoli che continuiamo a mettere, nonostante tutto, al dispiegarsi dell’opera di Dio. Ed ecco gli orizzonti ristretti e mondani svelati dalla domanda dei discepoli: vorrebbero impadronirsi del futuro con le sue incognite, e pensano ad un regno per Israele, mentre Gesù parlava loro del Regno di Dio, che ha confini ben più ampi di Israele, come della Chiesa! E infine è la domanda che scopre una questione di fondo: quanto dobbiamo ancora attendere per vedere i frutti della salvezza e della novità radicale portata da Gesù? Ma i tempi sono nelle mani del Padre e la storia dentro la quale siamo ci chiede di essere semplicemente testimoni di Gesù, con la forza dello Spirito, da Gerusalemme fino ai confini della terra. Il suo “staccarsi da noi” è anche un lasciarci spazio, anzi un lasciare spazio allo Spirito in noi e attraverso di noi. Non si tratta di rimanere imbambolati in una qualche mistica che promette di “toglierci” da questo mondo anestetizzando il dolore del distacco e dell’attesa. Senza alcuno sconto, e perfino una qualche ruvidezza (“perché state a guardare il cielo?”), i discepoli, uomini di Galilea, sono riportati alla loro storia concreta, alle loro origini di vita e di vocazione, alla loro solidarietà con l’umanità che fatica, cerca, cammina, per ritrovare, passo dopo passo, nell’obbedienza a Gesù “sottratto” loro, la comune, profonda attesa di comunione, di benedizione e di pace che anima ogni uomo.