Collatio 27-5-2020

Atti 9,26-31

Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo.

Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso.
La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.

Saulo torna a Gerusalemme, ma non può certo rientrare nei suoi vecchi circuiti; il suo desiderio è quello di “cambiare compagnie”: si rende da subito conto che non può vivere questo vita nuova afferrata da Gesù senza condividerla in concreto con i discepoli di Lui. Ma la cosa non è così semplice. Era partito pieno di furore contro la chiesa, deciso a scovare discepoli anche nelle sinagoghe di Damasco, ed ora quel che rimane della comunità dei discepoli in Gerusalemme se lo vede ritornare con il desiderio di unirsi a loro… sarà una nuova tattica, un tentativo di infiltrarsi e di farli uscire allo scoperto? Ci vuole la mediazione di Barnaba, uomo molto rispettato nella comunità (lo avevamo incontrato per la prima volta in 4,36, quando aveva ricevuto questo soprannome dagli apostoli, vedendo il suo gesto sincero e generoso di carità), perché Saulo possa essere accettato. Non basta avere grandi carismi; ci vuole qualcuno che ci dia concretamente fiducia, e oltrepassi il muro della paura, del pregiudizio, della diffidenza per aprirci la porta. E così fa’ Barnaba, che sarà grande protagonista, otto o dieci anni dopo, nella vicenda iniziale del ministero di Paolo (nei capp. 13-15). Ora Saulo, accolto in comunità, comincia un’infaticabile e frenetica opera (è il senso dell’espressione: “andava e veniva”) di predicazione “nel nome del Signore”, tanto da attirarsi ben presto le ire proprio di coloro con i quali aveva condiviso la lapidazione di Stefano (“quelli di lingua greca”) e che ora invece voleva convincere del contrario. La sua opera di predicazione, le discussioni e i tentativi (serrati e accalorati, immaginiamo…) di persuadere i suoi interlocutori, hanno dunque tempo breve, e si scontrano ancora una volta con la reazione più violenta: il tentativo di ucciderlo. La presenza dei discepoli in Gerusalemme, lo sappiamo, era divenuta difficile e delicata, e francamente tutto questo trambusto, provocato dallo zelo del nuovo arrivato, non ci voleva proprio. La decisione dei fratelli di Gerusalemme, sulla scia di quelli di Damasco, è ancor più radicale: imbarcandolo per Tarso con biglietto di sola andata, salvano Saulo dalle minacce di morte, ma anche se ne liberano con un asciutto “tornatene a casa, grazie”. Insomma, i tempi non sono maturi. Ironicamente Luca chiosa dicendo: “la chiesa era dunque in pace…”. Dopo la gran fiammata iniziale Paolo, che voleva “unirsi ai discepoli” dovrà marcire a Tarso in solitudine per molti anni, come un chicco di grano che per portare frutto deve prima morire. E anche la chiesa nel suo insieme ha bisogno ancora di edificarsi e di camminare e crescere nel conforto dello Spirito, prima di affrontare le grandi sfide interculturali e di rapporto con le radici giudaiche che la corsa del vangelo comincerà a suscitare già dal capitolo successivo e che avrà Paolo come grande interprete.