Collatio 4-6-2020

Atti 12,1-17

In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Azzimi.

Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua. Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione.
Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva». Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni, detto Marco, dove molti erano riuniti e pregavano. Appena ebbe bussato alla porta esterna, una serva di nome Rode si avvicinò per sentire chi era. Riconosciuta la voce di Pietro, per la gioia non aprì la porta, ma corse ad annunciare che fuori c’era Pietro. «Tu vaneggi!», le dissero. Ma ella insisteva che era proprio così. E quelli invece dicevano: «È l’angelo di Pietro». Questi intanto continuava a bussare e, quando aprirono e lo videro, rimasero stupefatti. Egli allora fece loro cenno con la mano di tacere e narrò loro come il Signore lo aveva tratto fuori dal carcere, e aggiunse: «Riferite questo a Giacomo e ai fratelli». Poi uscì e se ne andò verso un altro luogo.

La vicenda di Gesù, fatto oggetto della violenza del potere del mondo, si ripete nella storia dei suoi discepoli, suoi testimoni: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia…Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. Così è per Pietro, in questa che è la scena con la quale gli Atti degli Apostoli si congedano da lui da un punto di vista narrativo, fatto salvo il suo intervento determinante al cap. 15, quando la Chiesa dovrà decidere come comportarsi con i pagani convertiti. In questa ultima scena che ha Pietro per protagonista, dunque, viene descritta la sua ultima “liberazione” dal carcere, con accenti che la rendono in qualche modo parallela alla narrazione della Pasqua di Gesù:
– nel racconto che Luca fa della passione di Gesù c’è un momento di incontro tra Gesù e Erode Antipa (Lc 23,6-12); qui Pietro è messo in carcere proprio da suo figlio e successore Erode Agrippa (peraltro nipote di quell’Erode il Grande di cui si parla in Matteo 2,1-19 per la famosa “strage degli innocenti”); in entrambi i casi, poi, c’è una sorta di “concertazione” o di complicità tra i vari poteri civili e religiosi, secondo un parallelismo che era stato evocato già in At 4,25-30 con riferimento esplicito a Erode;
– anche qui tutto si svolge in occasione della Pasqua, e con il proposito di far comparire Pietro davanti al popolo, come già fu narrato per Gesù;
– anche Pietro vive un sorta di esperienza di risurrezione (l’angelo gli dice “alzati”, con quel verbo della risurrezione che Pietro stesso aveva usato con Tabità in 9,40) e di risveglio;
– anche Pietro si presenta “dove erano riuniti molti fratelli”, evocando l’apparizione di Gesù ai discepoli in Lc 24,36;
– anche qui è una donna che lo riconosce e non viene creduta, ma presa per matta;
– e la comunità stenta a riconoscerlo: qui dicono “è l’angelo di Pietro”, mentre davanti a Gesù i discepoli “credevano di vedere un fantasma”;
– anche qui Pietro si raccomanda di raccontare quel che è successo “ai fratelli”, come fece Gesù con le donne;
– il brano si conclude dicendo che Pietro “se ne andò verso un altro luogo”, probabilmente alludendo alla sua morte e al suo andare in cielo.
Pietro che dorme tranquillamente in carcere, incatenato e sorvegliato, sembra davvero l’immagine della discesa nel sepolcro, ma con una mitezza che ne addolcisce la drammaticità: è come se Pietro fosse descritto al compiersi della sua vita e della sua sequela, pienamente abbandonato alla volontà di Dio (cfr. Gv 21,18-19). E con quello stesso abbandono accetta ancora di farsi svegliare, di rialzarsi, di camminare sollecitato dalla presenza di Dio nella sua vita, che lo conduce verso spazi di libertà sempre più ampi, di cui ancora non comprende pienamente il senso. La scena è chiaramente pasquale (mettersi in piedi, la fretta, cingersi e mettersi i sandali per camminare…), secondo una iniziativa di liberazione che viene da Dio e di cui Pietro si rende conto e che scopre un po’ alla volta, come era stato nel suo incontro con Cornelio. Una liberazione progressiva, sempre più verso fuori, oltre le guardie che trattengono e le porte che chiudono: un’immagine bellissima del cammino della Chiesa. Pietro rientrando in sé comprende che è proprio questo il senso di tutto il percorso fatto: forse potremmo dire del percorso intero della sua vita, e del percorso che la chiesa stessa dovrà compiere. Un percorso di liberazione dalle “attese”, che alla fine sono sempre di costrizione e di morte. Ed è interessante vedere come è descritta questa chiesa che Pietro visita: orante, ma chiusa. È una donna, una serva, ad accorgersi che qualcuno bussa e che è proprio Pietro. Qui Luca dà prova della sua finissima ironia nel tratteggiare la scena di Pietro che continua a bussare mentre la serva Rode, che per la gioia di sentire la sua voce non gli ha aperto, tenta di convincere gli altri che è proprio lui. Ma in questo quadro comico e affettuosamente benevolo non sfugge il punto critico: la chiesa fatica ad aprirsi a coloro che bussano alle sue porte, la chiesa di allora davanti ai pagani che si convertono, la chiesa di oggi davanti a quanti non riteniamo adeguati, magari perché divorziati, o stranieri, o omosessuali… comunque “sbagliati”. Ed è bellissimo vedere che Pietro esce di scena vestendo i panni di uno che è fuori e chiede di entrare, e in questo modo obbliga ad aprire. Pietro esce, perché il suo posto è “là fuori”, e non torna a Gerusalemme (potemmo dire “in Vaticano”): continua il suo viaggio di vagabondo, straniero e pellegrino su questa terra, fino alla patria celeste.