Collatio 5-6-2020

Atti 12,18-25

Sul far del giorno, c’era non poco scompiglio tra i soldati: che cosa mai era accaduto di Pietro? Erode lo fece cercare e, non essendo riuscito a trovarlo, fece processare le sentinelle e ordinò che fossero messe a morte; poi scese dalla Giudea e soggiornò a Cesarèa.

Egli era infuriato contro gli abitanti di Tiro e di Sidone. Questi però si presentarono a lui di comune accordo e, dopo aver convinto Blasto, prefetto della camera del re, chiedevano pace, perché il loro paese riceveva viveri dal paese del re. Nel giorno fissato Erode, vestito del manto regale e seduto sul podio, tenne loro un discorso. La folla acclamava: «Voce di un dio e non di un uomo!». Ma improvvisamente un angelo del Signore lo colpì, perché non aveva dato gloria a Dio; ed egli, divorato dai vermi, spirò.
Intanto la parola di Dio cresceva e si diffondeva. Bàrnaba e Saulo poi, compiuto il loro servizio a Gerusalemme, tornarono prendendo con sé Giovanni, detto Marco.

C’è un cammino che rialza e dona vita, che progressivamente si libera dai lacci delle logiche del mondo, che sa bussare e apre le porte e che ha come meta una vita in pienezza. E c’è un dominio della paura e della violenza, che dà la morte e afferma se stesso, che ha come esito la morte. Mentre la santità di Pietro è descritta come il cammino liberato e povero, di chi non si sente mai arrivato, ma continua ad andare verso Dio e i fratelli, la figura di Erode è sempre più imprigionata nelle logiche impaurite di chi per difendere il proprio potere non ha altri mezzi che le strategie di palazzo, per le quali non esita a dare la morte per ingraziarsi il consenso (sempre effimero) del popolo o fa esplodere la sua furia contro quelli che sfuggono al suo controllo per intimidirli e ridurli all’obbedienza (che sarà inevitabilmente servile e adulatoria). Ma al suo delirio del controllo sfugge Pietro, la cui sparizione getta nello scompiglio i soldati, che non sanno farsene una ragione, e frustra la ricerca di Erode, che non può nulla contro chi, come Pietro, è nel mondo, ma non appartiene al mondo. Sono le sentinelle a diventare le vittime sostitutive: colpisce come questa volontà di morte debba comunque scaricarsi, quasi per assicurarsi di avere ancora potere. Un potere che intimidisce e che genera meccanismi clientelari, raccomandazioni e favori (qui attraverso un tipico personaggio di corte, “Blasto, prefetto della camera del re”). Colpisce anche come la celebrazione del potere (il giorno fissato, il manto regale, il podio, il discorso…) diventi una avvolgente arma di seduzione, che, per paura o per interesse, oscura il giudizio e induce a mettere in vendita l’anima fino alla bestemmia: “voce di un dio e non di un uomo!”. Ma è l’inganno di cui il potere stesso, blandito da chi lo teme, è vittima, mettendosi al posto di Dio. La morte che colpisce Erode non è un castigo inflitto dall’esterno, ma l’esito “dall’interno” del suo spirito di morte e del suo “non aver dato gloria a Dio”. Dunque, mentre il potere del mondo sembra stravincere, ma in realtà alimenta la propria morte, il cammino liberato di Pietro genera vita, e apre spazi nuovi alla Parola, che “cresceva e si moltiplicava” (interessante notare che qui Luca utilizzi gli stessi due termini che la traduzione greca dei LXX impiega per tradurre il famoso comando di Dio in Gen 1,28: “crescete e moltiplicatevi”!). Barnaba e Saulo, compiuto il loro servizio di solidarietà presso la comunità di Gerusalemme, tornano ad Antiochia, e, in una sorta di “passaggio di consegne”, vengono accompagnati proprio da quel “Giovanni detto Marco” la cui casa (evidentemente importante dal momento che la comunità vi si radunava) Pietro aveva visitato prima di “andare in un altro luogo”. Ora il baricentro del racconto si sposterà definitivamente su Saulo, che da 13,9 verrà chiamato Paolo.