Collatio 8-6-2020

Atti 13,13-25

Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge, in Panfìlia. Ma Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagoga mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!».

Si alzò Paolo e, fatto cenno con la mano, disse: «Uomini d’Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri e rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto, e con braccio potente li condusse via di là. Quindi sopportò la loro condotta per circa quarant’anni nel deserto, distrusse sette nazioni nella terra di Canaan e concesse loro in eredità quella terra per circa quattrocentocinquanta anni. Dopo questo diede loro dei giudici, fino al profeta Samuele. Poi essi chiesero un re e Dio diede loro Saul, figlio di Chis, della tribù di Beniamino, per quarant’anni. E, dopo averlo rimosso, suscitò per loro Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”.
Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”».

Lasciata Pafo, e quindi l’isola di Creta, il gruppo dei missionari (che a questo punto significativamente sono detti “Paolo e i suoi compagni”) torna verso l’attuale Turchia, a Perge, in Asia minore, molto più a occidente rispetto ad Antiochia sull’Oronte da cui erano partiti. Qui Giovanni detto Marco, che era cugino di Barnaba (cfr. Col 4,10), preferisce abbandonare il gruppo e fare ritorno a Gerusalemme. Non ne conosciamo il motivo; sappiamo però che più avanti questo episodio diventerà un motivo di aspro dissenso anche tra Barnaba e Paolo (15,36-40), che comunque per il momento continuano il loro viaggio in direzione di un’altra “Antiochia” (non quella da cui sono partiti!) in Pisidia, o meglio nella regione della Galazia al centro della penisola anatolica (meglio avere sotto una cartina dei viaggi di Paolo…). Su di un fertile altipiano irrigato dalle alte montagne che lo circondano, Antiochia di Pisidia ospita, in un contesto multireligioso e multiculturale, una grande colonia ebraica dove Paolo e compagni sperano di trovare buona accoglienza. Dobbiamo pensare che è questo il modo concreto con il quale il vangelo ha cominciato a viaggiare: sfruttando l’efficientissima rete stradale dell’Impero e i fitti commerci marittimi che facevano del mediterraneo uno spazio di intensa e facile comunicazione (molto più di ora!) di merci, di persone, di notizie, di culture, di mondi, con una lingua, il greco ellenistico, molto diffusa, e la presenza di comunità ebraiche e sinagoghe sparse un po’ ovunque soprattutto nelle città più importanti. Paolo e compagni sanno quindi molto bene dove andare e cosa aspettarsi. È sufficiente per loro presentarsi il sabato in sinagoga per la preghiera per ricevere, come è consuetudine di ospitalità fare con i giudei che giungono da altri luoghi, l’invito dei capi della sinagoga a prendere la parola, dopo la lettura dei due brani tratti dalla legge e dai profeti. È Paolo, divenuto leader della missione, ovviamente, a parlare. È il suo primo discorso, fatto ai giudei riuniti in questa città lontana da Israele, parallelo al primo discorso che Pietro aveva fatto il mattino di Pentecoste a Gerusalemme. E anche qui ci sono “uomini di Israele e timorati di Dio”, ai quali Paolo si rivolge chiedendo di essere ascoltato: sì ha qualcosa da dire. Per prima cosa Paolo (probabilmente riprendendo le pericopi delle Scritture che sono appena state lette) fa un breve excursus con il quale percorre la storia di liberazione e salvezza di Israele a partire dalla scelta d’amore di Dio per il suo popolo verso il compimento di una promessa di pace e di bene, legata al messia atteso, figlio di Davide che possa essere davvero “uomo secondo il cuore di Dio, che adempirà tutti i suoi voleri”. Dopo essersi messo in sintonia con le attese messianiche di salvezza dei suoi interlocutori, che con ogni probabilità ben conoscevano Giovanni Battista (molto celebre anche presso le comunità ebraiche della diaspora, p. es. Efeso in 19,3), ricorda loro come anch’egli, con il suo battesimo di conversione, non aveva voluto accreditare se stesso come salvatore (ed evidentemente la confusione continuava in qualcuno…), ma aveva preparato la venuta di qualcun altro, vero “sposo” atteso (questo significa il “non potergli slacciare i sandali” cfr. la collatio del 12 luglio 2019) del popolo. Ora Paolo può annunciare il Messia atteso, inviato a Israele come salvatore: Gesù!