Collatio 4-7-2020

Atti 18,1-11

Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un Giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia, con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei.

Paolo si recò da loro e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì in casa loro e lavorava. Di mestiere, infatti, erano fabbricanti di tende. Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci.
Quando Sila e Timòteo giunsero dalla Macedonia, Paolo cominciò a dedicarsi tutto alla Parola, testimoniando davanti ai Giudei che Gesù è il Cristo. Ma, poiché essi si opponevano e lanciavano ingiurie, egli, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente. D’ora in poi me ne andrò dai pagani». Se ne andò di là ed entrò nella casa di un tale, di nome Tizio Giusto, uno che venerava Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagoga. Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e molti dei Corinzi, ascoltando Paolo, credevano e si facevano battezzare.
Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso». Così Paolo si fermò un anno e mezzo, e insegnava fra loro la parola di Dio.

Lasciata Atene Paolo si trasferisce nella grande e caotica Corinto, dove al solito (ovviamente) frequenta gli altri Giudei presenti in città. Paolo, ancora privo dei compagni, instaura una relazione di amicizia e collaborazione con Aquila, un Giudeo originario del Ponto (la costa turca del Mar Nero): lui e sua moglie Priscilla hanno da poco dovuto lasciare Roma dove abitavano, a motivo del decreto di espulsione di tutti i Giudei da parte dell’imperatore Claudio. C’è tra loro una sintonia che riguarda non solo l’essere Giudei, ma anche la condizione tutta esistenziale di “emigranti” (si usa lo stesso verbo “lasciare” per Paolo da Atene e per Aquila e Priscilla da Roma: sono tutti e tre “appena arrivati”!) e il mestiere. Qui a Corinto intravvediamo uno scorcio della vita “laica” di Paolo, con il suo umile lavoro di tessitore di tende per guadagnarsi da vivere, e, di sabato, l’appuntamento della preghiera in sinagoga, che diventa ovviamente per lui occasione di predicazione: “ogni sabato discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci”. All’arrivo di Sila e Timoteo dalla Macedonia, Paolo (evidentemente con il loro contributo anche economico) può sospendere il suo lavoro, lasciare la casa di Aquila e Priscilla e dedicarsi interamente alla Parola: è quella per lui la priorità sul resto! Ma questo intensificarsi e approfondirsi della sua opera di predicazione (che evidentemente fino a quel momento non aveva destato troppa preoccupazione) sembra ottenere il risultato contrario, un rifiuto così aspro da arrivare a “bestemmiare” (tradotto con “lanciavano ingiurie”: è il modo per respingere solennemente Gesù come il Cristo). Di fronte a questo, come già era accaduto ad Antiochia di Pisidia (cfr. 13,45-46!), Paolo si ferma, e mette i suoi ascoltatori davanti alle loro responsabilità (questo significa l’espressione “il vostro sangue ricada sul vostro capo”), alla libertà ultima di scegliere se aprirsi al Vangelo che egli ha annunziato (“io sono innocente”) o rifiutarlo: ora sono loro in ultima analisi a decidere della loro salvezza (cfr. Ez 33,4)! Eppure dopo questa solenne dichiarazione di Paolo, che dice loro che se ne andrà “dai pagani”, di fatto rimane lì: trova ospitalità proprio accanto alla sinagoga, presso un “Tizio” timorato di Dio, e così rimane a testimoniare fisicamente la definitività dell’offerta di salvezza in Gesù e l’urgenza della conversione! E infatti è proprio davanti a questo atteggiamento risoluto di Paolo (c’è un tempo per cercare di convincere e un tempo per tirare le somme…!) che addirittura Crispo il capo della sinagoga, con tutta la sua famiglia, si apre alla fede. Anche “molti Corinzi”, evidentemente pagani, ascoltano, credono e si fanno battezzare. Ma a Paolo quel rifiuto così violento da parte dei Giudei è dovuto sembrare un segno sufficiente per considerare questa avventura a Corinto sulla stregua delle altre missioni, che in poco tempo trovavano il loro epilogo nella fuga. Il vangelo non aveva fatto breccia nella sofisticata Atene, come poteva avere delle chances qui a Corinto, una città così immorale, culturalmente rozza e totalmente dedicata alle cose materiali? Paolo sta evidentemente già organizzando la sua partenza, quando nella notte il Signore gli mostra ciò che di giorno i suoi occhi non vedono: un “popolo numeroso” che già appartiene al Signore! Non deve temere, nessuno gli farà del male, deve solo continuare a gettare quella Parola che farà emergere i tanti che stanno attendendo. Proprio in questa città, apparentemente così inadatta al Vangelo e alle sue esigenze, Paolo si ferma al lungo (un anno e mezzo!) e Corinto vedrà il fiorire della chiesa più ampia, vivace e tenace (e certo anche piena di tanti problemi, come testimoniato dalle lettere) tra quelle fondate da Paolo. Dirà nella sua prima lettera: “La parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore” (1Cor 1,18-31).