Collatio 7-7-2020

Atti 18,12-28

Mentre Gallione era proconsole dell’Acaia, i Giudei insorsero unanimi contro Paolo e lo condussero davanti al tribunale dicendo: «Costui persuade la gente a rendere culto a Dio in modo contrario alla Legge».

Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un misfatto, io vi ascolterei, o Giudei, come è giusto. Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra Legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste faccende». E li fece cacciare dal tribunale. Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale, ma Gallione non si curava affatto di questo.
Paolo si trattenne ancora diversi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era rasato il capo a causa di un voto che aveva fatto. Giunsero a Èfeso, dove lasciò i due coniugi e, entrato nella sinagoga, si mise a discutere con i Giudei. Questi lo pregavano di fermarsi più a lungo, ma non acconsentì. Tuttavia congedandosi disse: «Ritornerò di nuovo da voi, se Dio vorrà»; quindi partì da Èfeso. Sbarcato a Cesarèa, salì a Gerusalemme a salutare la Chiesa e poi scese ad Antiòchia.
Trascorso là un po’ di tempo, partì: percorreva di seguito la regione della Galazia e la Frìgia, confermando tutti i discepoli.

Arrivò a Èfeso un Giudeo, di nome Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture. Questi era stato istruito nella via del Signore e, con animo ispirato, parlava e insegnava con accuratezza ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. Egli cominciò a parlare con franchezza nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. Poiché egli desiderava passare in Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto là, fu molto utile a quelli che, per opera della grazia, erano divenuti credenti. Confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo.

Nell’ultimo versetto del brano precedente c’era il riferimento alla decisione di Paolo di fermarsi a Corinto, in seguito al sogno nel quale il Signore gli aveva mostrato “un popolo numeroso” in quella città. Il testo letteralmente dice che “si sedette un anno e mezzo a insegnare…”: Paolo, con l’animo già proiettato verso altri luoghi dopo l’ennesimo scontro con i Giudei, capisce invece che è tempo di fermarsi, con calma, senza paura, e accompagnare la crescita di questa comunità, prevalentemente composta da schiavi, ma di cui il Signore vuole che si prenda cura. Ciò non toglie che le tensioni con la comunità dei Giudei continuino, anzi si intensifichino, proprio a motivo della fecondità del vangelo, fino a raggiungere un nuovo punto di rottura. La presenza “attrattiva” di Paolo e della sua predicazione non può più essere tollerata dai Giudei di Corinto, che si sentono minacciati nella loro identità e coesione, e così tentano di coinvolgere l’autorità romana, il proconsole Gallione, con un’accusa formulata in modo un po’ ambiguo e ammiccante (“costui persuade la gente a rendere culto a Dio in modo contrario alla legge!”… sì, ma quale legge? La Torà o la legge di Roma?). Gallione non ci casca. Conosce abbastanza le dinamiche del potere e l’indole dei suoi interlocutori per smascherare immediatamente il trabocchetto, prima ancora che Paolo apra la bocca per cominciare a difendersi. Sappiamo da altre fonti che Gallione non è un burocrate qualsiasi: è il fratello del grande Seneca. Le vicende storiche intrecceranno nuovamente le sorti di Paolo e di Gallione, che rimarranno vittime entrambi forse nella stessa feroce persecuzione che l’imperatore Nerone scatenerà intorno all’anno 65 contro tutti i suoi presunti nemici, dai cristiani fino a diversi filosofi stoici. Qui Luca fa trapelare la sua personale simpatia per questo uomo di legge e di buon senso, che laicamente non si lascia invischiare in questioni religiose intricate e incomprensibili, rimanendo alla “neutralità” del diritto e ai limiti delle sue responsabilità. Nemmeno la “crisi isterica” inscenata davanti al tribunale per obbligare Gallione a intervenire sortisce in lui alcun effetto: i Giudei si mettono a percuotere il capo della sinagoga Sòstene, reo di non aver ottenuto nulla dal Proconsole (ma poi forse unitosi a Paolo, se è lui quel Sòstene che compare in 1Cor 1,1 come mittente insieme a Paolo della prima lettera ai Corinzi!), ma Gallione rimane irremovibile. Certo, c’è qualcosa nel suo atteggiamento che assomiglia ad un furbo “lavarsi le mani” di pilatesca memoria, ma si sente anche l’autoironia di Luca, che accetta questa pittoresca descrizione dello zelo religioso giudaico, in grado di sollevare sommosse ogni momento e per motivi indecifrabili agli altri, fatta con lo sguardo perplesso e infastidito di un saggio ed equilibrato uomo delle istituzioni civili. Comunque, in seguito a questa esplosione di violenza, Paolo comprende che è ora di andare. Si uniscono alla comitiva anche Priscilla e Aquila (notare l’ordine con cui sono nominati), che evidentemente dopo essere stati vicini a Paolo per affinità esistenziale (Giudei in fuga) e professionale (tessitori di tende), hanno accolto il suo vangelo, sono diventati credenti e ora condividono con lui il cammino missionario. È bello vedere come il cammino del vangelo procede sulle gambe di quanti hanno imparato ad amare il Signore, indipendentemente dalla loro condizione: qui c’è Paolo celibe, e con lui la coppia di sposi Priscilla e Aquila. A Cencre, il porto orientale di Corinto, Paolo, prima di imbarcarsi, si fa radere il capo, a motivo di un voto di nazireato. Come indicato in Nm 6,1-21, Paolo a conclusione di questo periodo particolare di consacrazione al Signore (forse legata proprio a questa sua permanenza a Corinto voluta dal Signore?) si taglia i capelli per portarli a Gerusalemme a bruciarli nel tempio. È interessante notare come Paolo, che a motivo del vangelo litiga tutti i giorni con i suoi connazionali, si sente altresì pienamente “Giudeo”, con l’insieme di tutte le pratiche religiose, le osservanze e le consuetudini di Israele. La sua meta è la Siria (cioè Antiochia, base di partenza e luogo di ritorno dei viaggi missionari), ma sa di dover passare da Gerusalemme, dove oltre a concludere il voto può salutare i fratelli della Chiesa. Da Corinto deve fare la difficile attraversata dell’Egeo fino a Efeso, dove fa tappa, lasciando Aquila e Priscilla come presenza di testimonianza evangelica. Prima di ripartire però non può fare a meno di visitare la sinagoga e di discutere un po’ con i Giudei, i quali l’accolgono e gli chiedono anche di fermarsi più a lungo; ma c’è un voto da sciogliere e Antiochia da raggiungere, certo con la promessa, Dio volendo, di tornare, come accadrà nel suo terzo viaggio. Ora a Efeso possono intanto rimanere i due coniugi. Il viaggio continua: in nave fino al porto di Cesarea Marittima, la salita a Gerusalemme, e poi 700km a piedi fino ad Antiochia. Luca non si dilunga in altre descrizioni. Si è subito pronti per un nuovo viaggio, cominciando ancora dalla Galazia, presso le comunità fondate nel primo viaggio e visitate già all’inizio del secondo: Antiochia di Pisidia, Iconio, Derbe, Listra, perché i fratelli vengano confermati. Nel frattempo a Efeso arriva un personaggio importante: Apollo, un ebreo originario di Alessandria, esponente di spicco di quel giudaismo della diaspora che nella grande città sul delta del Nilo, prestigioso centro culturale dell’antichità, aveva instaurato quel dialogo profondo con l’ellenismo di cui la traduzione in greco della Bibbia ebraica rimane un prezioso emblema. Apollo, oltre al bagaglio di conoscenze filosofiche e bibliche che già possiede, è “stato istruito nella via del Signore”, e nonostante un percorso ancora iniziale nella fede in Cristo (conosce “soltanto il battesimo di Giovanni”), è in grado di parlare e insegnare con accuratezza ciò che si riferisce a Gesù. Il suo arrivo in sinagoga e i suoi efficaci interventi durante “condivisione biblica” non passano inosservati a Priscilla e Aquila che si rendono subito conto del valore di Apollo e sono in grado di “aggiornarlo” condividendo con lui il grande tesoro che è stato per loro il vangelo ascoltato da Paolo. Non sappiamo perché Apollo voglia andare in Acaia (cioè a Corinto), forse per motivi personali, o forse proprio per conoscere la comunità fondata da Paolo e dalla quale provengono Priscilla e Aquila. L’intenzione di Apollo è accolta con gioia dai fratelli (evidentemente a Efeso i cristiani presenti non sono solo i due coniugi) che lo raccomandano, tramite una lettera al seguito, ai fratelli di Corinto. Luca sottolinea l’importanza del lavoro di Apollo, che “fu molto utile a quelli che per la grazia era divenuti credenti”. Dobbiamo ricordare come, nonostante le sue iniziali perplessità, Paolo era rimasto a Corinto per annunciare il vangelo a quel “popolo numeroso” che il Signore gli aveva indicato come già suo, e come questo popolo numeroso fosse costituito per la gran parte di schiavi, gente illetterata e semplice. Paolo aveva sperimentato (a differenza che ad Atene) come il vangelo della salvezza e del perdono toccasse il cuore di tanti, che si convertivano con gioia ed entusiasmo (testimoniato per esempio nella prima lettera ai Corinzi): il vangelo era dei poveri, dei piccoli, non dei “sapienti e intelligenti”. Eppure Paolo sapeva anche che il seme che cade nel terreno “pietroso” (potemmo dire anche “rozzo”) e con poca terra può germogliare subito, ma quell’inizio, per quanto appassionato, davanti alle difficoltà può bruciarsi in modo altrettanto veloce se non si radica in profondità. Evidentemente la fede semplice dei Corinzi era già messa in difficoltà dall’opera di demolizione dei Giudei, che avevano buon gioco, in assenza di Paolo, a far sentire ignoranti e a generare un senso di inferiorità in questi schiavi che dicevano di credere in Gesù, loro salvatore, il Cristo atteso secondo le Scritture! Che ne potevano sapere loro? Come potevano efficacemente rispondere alle dimostrazioni altezzose ed erudite dei Giudei? Davvero la loro fede poteva naufragare… Per questo Apollo è molto utile in questo momento alla comunità di Corinto: “confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo”. Dirà Paolo scrivendo ai Corinzi: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere” (1Cor 3,6). La fede sta dentro queste due polarità: la semplicità e piccolezza senza la quale non è possibile intendere ed accogliere con vera gioia e gratitudine la buona notizia dell’amore di Dio donato in Gesù come salvezza e perdono (dice appunto che “per grazia erano diventati credenti”, e solo così lo si diventa…!) e la fatica quotidiana di radicarsi nelle Scritture, che nel racconto degli Atti continuano ad essere il grande orizzonte di consapevolezza credente, nel quale riconoscere l’operare di Dio, e maturare l’intelligenza della fede, affinché il credere non rimanga ostaggio solo dell’emozione del momento, ma divenga cammino solido, attraverso la paziente speranza, verso un frutto duraturo di carità. Insomma la fede è dei piccoli, ma la perseveranza è di coloro che, per rimanere piccoli davanti a Dio, mentre camminano attraverso le vicende della vita continuano a cercare e a scavare nel grande tesoro delle Scritture.