Collatio 5-8-2020

Atti 27,1-12

Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio, della coorte Augusta.

Salimmo su una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia, e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalònica. Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone, e Giulio, trattando Paolo con benevolenza, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari e, attraversato il mare della Cilìcia e della Panfìlia, giungemmo a Mira di Licia. Qui il centurione trovò una nave di Alessandria diretta in Italia e ci fece salire a bordo. Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone; la costeggiammo a fatica e giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale si trova la città di Lasèa.
Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell’Espiazione; Paolo perciò raccomandava loro: «Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. Dato che quel porto non era adatto a trascorrervi l’inverno, i più presero la decisione di salpare di là, per giungere se possibile a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale.

La consegna di Paolo nelle mani del centurione Giulio segna l’inizio di un viaggio che è anche una grande parabola: l’immersione del piccolo seme del credente nelle vicende grandi del mondo, come segno efficace di salvezza per tutti. Il “discorso religioso” scompare in questa cronaca dettagliata e “laica” del viaggio, fatta di riferimenti tecnici che riguardano l’arte della navigazione tra geografia e meteorologia. Paolo è accompagnato, oltre che da Luca (o dal narratore le cui memorie Luca sta riportando) da Aristarco, il discepolo di Tessalonica che aveva seguito Paolo quando era partito da Efeso alla volta della Grecia in 20,4. Giunti a Sidone Paolo riceve il permesso di andare a trovare il gruppo di cristiani lì residenti per ricevere l’aiuto necessario per il viaggio. Il linguaggio è del tutto laico: Aristarco è “un Macedone di Tessalonica”, e i cristiani di Sidone semplicemente “amici”. Anche la stessa benevolenza del centurione nei confronti di Paolo non ha nessun tratto di rispetto “religioso”: è la fiducia ispirata a Giulio dal comportamento onesto, serio e amichevole di Paolo. Tutto quello che Paolo ottiene non è la rendita di un ruolo sacrale, ma se lo guadagna con l’autorevolezza della sua persona e del suo stile. Il percorso in nave, con l’inverno che si avvicina, si fa sempre più complicato e pericoloso, fino a quando Paolo stesso ritiene di intervenire, cercando di dissuadere l’equipaggio a riprendere il viaggio. Colpisce l’argomentazione di Paolo, che da un lato è completamente priva di riferimenti religiosi o alla “volontà di Dio”, e dall’altra ha come preoccupazione principale le “vite” delle persone. Paolo davvero scende in questo spazio del tutto laico e parla in modo diretto, semplice, utilizzando la sua esperienza di viaggiatore, ma soprattutto la sua capacità di “vedere” (comincia così: “Uomini, vedo che…”) che deriva dal suo non perseguire alcun interesse proprio. Il centurione, che pure ha una certa considerazione di Paolo, ritiene (come biasimarlo?) di dare retta al pilota e al capitano, e infine anche la maggioranza decide che è giusto salpare. In realtà tutti hanno qualcosa da difendere e da raggiungere (guadagnare tempo, portare a compimento un progetto, trovare una sistemazione più comoda per l’inverno…) e per questo non sono in grado di vedere le cose semplicemente come stanno, nonostante anche la loro maggiore “competenza”. Paolo è in catene, ma in realtà è il più libero e ha gli “occhi aperti”, mentre viaggia, da normale prigioniero, dentro una nave che è immagine viva dell’intera umanità, alla ricerca, affannata, confusa, tribolata e amata da Dio.