Collatio 7-8-2020

Atti 27,13-26

Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone.

La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa. La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta.
Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, e mi ha detto: “Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione”.Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. Dovremo però andare a finire su qualche isola».

Al vedere il soffio di un leggero scirocco a tutti sembra praticabile il progetto di salpare per raggiungere il vicino porto di Fenice. Anzi, Luca dice che “ritennero di tenere stretto il progetto”: non ci vogliono rinunciare. Ma come era stato previsto da Paolo si scatena un uragano che rende la navigazione impossibile. La nave deve essere alleggerita e lo scafo, che rischia di spezzarsi per la violenza della tempesta, viene assicurato con le funi. Si comincia a gettare il carico e “con le proprie mani” (quanto pathos!) l’attrezzatura della nave. Non ci sono punti di riferimento per la navigazione perché “da vari giorni non comparivano più né sole né stelle”. Sembra la descrizione apocalittica della fine (cfr. Lc 21,25-26!). In effetti l’esito di questa ostinazione nel proprio presuntuoso progetto non può che portare al disastro e quindi alla disperazione: “ogni speranza di salvarci era ormai perduta”, tanto che “da molto tempo non si mangiava”. Ed è proprio questo il momento nel quale Paolo può nuovamente prendere la parola, quando le umane speranze sono esaurite. E la prima cosa che dice è: “ve l’avevo detto…!”. Non è una banale recriminazione a posteriori: è l’invito a pentirsi, a riconoscere che il disastro non è la sventura inflitta da un dio capriccioso, ma il frutto amaro della propria stoltezza, della propria arroganza, del non aver rispettato i limiti, mettendo in pericolo la nave, il carico e se stessi. Messo questo in chiaro, Paolo ora passa all’incoraggiamento, invita alla fiducia. Egli è certo che oltre alla nave non ci saranno perdite di vite umane, perché nella notte il Signore gli ha assicurato che non solo lui, che deve “comparire davanti a Cesare”, ma tutti i suoi compagni di viaggio saranno conservati! Paolo dice semplicemente “il Dio al quale appartengo e che servo”: è la sua “testimonianza laica”. Non invita gli altri a credere, a convertirsi (come in altre situazioni…), ma dice loro semplicemente che il Dio nel quale lui crede li salverà, e che non devono perdersi d’animo. Nel momento dell’angoscia generale forse l’annuncio del Salvatore avrebbe catalizzato il disperato bisogno di credere, di sperare… ma Paolo non vuole “usare” questa situazione per fare proselitismo, o per “ricattare” moralmente (del tipo: “il Signore salverà quanti credono in Lui…”). Dice semplicemente che a motivo della sua fede, anche gli altri saranno salvati, così come sono! In questa nave, immagine di tutta l’umanità, il disastro non risparmia nessuno, perché si è tutti legati ad un’unica sorte: l’aver oltrepassato il limite conduce tutti verso la morte. Ma proprio per questo anche la salvezza, testimoniata dal credente, è per tutti, perché il Signore vuole che tutti siano tratti in salvo, che per tutti ci sia un destino di vita. Infine: il suo discorso pieno di incoraggiamento e di fiducia non rimane lì per aria, in attesa che qualcosa “miracolosamente” accada… ma si intreccia con la preoccupazione concreta di trovare il modo di salvarsi, con un’apertura dello sguardo, liberato dalla disperazione e dall’ombra di una morte inevitabile e imminente, alle risorse che il Signore mostrerà: “dovremo però andare a finire su qualche isola…”.