Collatio 8-8-2020

Atti 27,27-38

Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava.

Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, Paolo disse al centurione e ai soldati: «Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo». Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.
Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto». Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo. Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare.

Come previsto da Paolo, una terra sembra effettivamente avvicinarsi. Le manovre esperte dell’equipaggio permettono di monitorare il fondale e di gestire la delicatezza della situazione scongiurando il pericolo di schiantarsi contro gli scogli. Ma, come spesso avviene quando nella tempesta sembra profilarsi una via di uscita, il gruppo “competente” e con più possibilità di farcela (in questo caso i marinai) decide, con una mossa camuffata e sleale, di abbandonare la nave e salvarsi da solo. L’idea è sempre quella: da soli abbiamo più possibilità di farcela. Sorprende che anche qui il più lucido sia Paolo, che si rivela in grado di smascherare il diversivo dell’equipaggio, avvisare l’autorità (confusa e sonnecchiante) del centurione con i suoi soldati e dirigerla ad un’intervento deciso e tempestivo in grado di fermare la fuga dei marinai: “se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo!”. Non possono non tornare alla mente le parole di Papa Francesco in una piazza San Pietro deserta: “Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti”. In questa notte decisiva Paolo non smette di esortare tutti a prendere cibo, a riprendere fiducia, nella certezza che “neanche un capello del vostro capo andrà perduto”, perché siamo tutti preziosi agli occhi del Padre. Luca ci tiene a ricordare il numero esatto di tutte le persone: 276, perché nessuno è superfluo, nessuno deve essere dimenticato. La disperazione ha chiuso lo stomaco, da quattordici giorni sono tutti digiuni, afferrati dalla paura. Ascoltiamo ancora un passaggio del discorso del Papa: “La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli”. È qui che Paolo celebra la sua “eucarestia laica”: quel gesto affidato da Gesù diventa qui segno di cura, di amore per la vita di ciascuno, di umanizzazione e di speranza. A Troade un’altra volta, nella notte, Paolo aveva spezzato il pane in attesa del giorno, in una celebrazione domenicale e pasquale della vita (20,7-12!). Qui l’assemblea è pagana, ma quel gesto di spezzare il pane diventa per tutti una vera professione di fede nella vita e nel futuro, in quello sguardo amorevole e celeste di Padre/Madre, che ci fa tornare ad amare la vita: “tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo”. Ora anche il carico di frumento non serve più e può essere gettato in mare (cfr. Qo 11,1?), si tratta solo di mettere in salvo la vita di tutti.