Collatio Marco 14,1-9

Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».

Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».

L’ultima esortazione a vegliare ci introduce nel racconto dei racconti, preparato fin qui da tutta la narrazione del vangelo, in particolare dagli annunci di Gesù stesso: la sua Pasqua di morte e risurrezione. Il conto alla rovescia è cominciato: “Mancavano due giorni alla Pasqua…”. Tornano sulla scena i capi e gli scribi che avevamo lasciato nel tempio in occasione dello scontro frontale con Gesù. Allora, per paura della folla, davanti alla denuncia di Gesù avevano dovuto ripiegare e allontanarsi (12,12). Ora, non senza ironia da parte del narratore, la preparazione degli Azzimi (caratterizzata dalla ricerca ed eliminazione di ogni briciola lievitata come richiamo alla purificazione del cuore) è vissuta dai capi, trattenuti solamente dal timore di una rivolta del popolo, nell’inganno e nell’intento di morte. Si riproduce lo stesso triangolo relazionale che avevamo visto nel martirio del precursore: qui al posto di Erodiade a volere la morte del profeta ci sono i capi e a impedire momentaneamente la violenza al posto di Erode c’è qui la folla (di entrambi si dice che “ascoltava volentieri”…! cfr. 6,19 e 12,37). Il lettore dunque sa bene che tutto precipiterà improvvisamente: proprio durante la festa (15,6) e con il concorso del popolo (15,8), Gesù sarà messo a morte. Dopo questa breve introduzione il racconto si sposta dove è Gesù, nella cerchia dei discepoli, a Betania. Più precisamente egli è “nella casa di Simone il lebbroso”. Non a Gerusalemme, ma fuori, ai margini, nella “casa del povero” (questo il significato del nome Betania), presso un uomo malato e impuro (forse risanato da Gesù?), dunque nel luogo più simbolicamente lontano dalla santità rituale del tempio. C’è ormai un nuovo tempio: “il Santo di Dio, non ha altro luogo in cui stare se non in compagnia dei poveri, dei lebbrosi e degli esclusi” (Standaert). Gesù è sdraiato a tavola per mangiare. Il gesto di una donna che entra, spezza un vasetto di alabastro e versa un purissimo e prezioso profumo di nardo sul capo di Gesù anticipa un altra cena che Egli celebrerà di lì a poco con i suoi discepoli. È un solenne e meraviglioso atto di consacrazione: Gesù è unto per mano di donna per il compimento della missione che ormai gli sta davanti. La minaccia della morte si stringe soffocante intorno a Gesù, ma ella sa, con intuizione di amore, che questo suo ultimo cammino è luogo misterioso della potenza di salvezza di Dio. Sono i discepoli, o meglio alcuni di loro, a non capire. Vedono solo lo spreco incomprensibile di qualcosa di prezioso, quando prima di Pasqua era raccomandata l’elemosina ai poveri, perché tutti potessero avere il necessario per celebrare. “Ed erano infuriati contro di lei (lett.: la maltrattavano)”: colpisce come l’indignazione verso questa donna sfoci addirittura in aperta ostilità, come se la nube di violenza che si addensa su Gesù rendesse l’aria irrespirabile, e contaminasse perfino i cuori dei discepoli. Solo questo gesto di amore, di gratitudine e di onore, in pura perdita, apre un varco e mostra un nuovo orizzonte. “Lasciatela stare; perché la infastidite…?”. Solo Gesù comprende il senso vero del gesto della donna, la sua “opera buona”: una unzione funebre prima del tempo, perché non ci sarà modo di farlo prima della sepoltura a motivo del sabato, e quando le donne arriveranno per farlo la mattina del giorno dopo troveranno il sepolcro vuoto. “I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me”: c’è un tempo speciale, che questa donna coglie con l’intelligenza del suo amore. “Non sempre avete me!”: Gesù mentre giustifica la donna annuncia la sua morte imminente e la sua risurrezione, ma i discepoli non sembrano comprendere. “Ella ha fatto ciò che era in suo potere”, e che tra poco non sarebbe stato più possibile compiere. Il gesto gratuito di amore di questa donna ricca, nel quale Gesù si rispecchia, ci riporta al gesto della povera vedova che getta due spiccioli, tutto quello che aveva, nel tesoro del tempio.
Due donne accompagnano Gesù dentro il mistero della sua passione e morte con la potenza incomprensibile al mondo di un’amore in totale perdita. Per questo rimarrà: “cielo e terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”, “dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto”. In memoria di lei, come tra poco, nella cena ultima, Gesù ripeterà il gesto del dono gratuito di sè, dell’offerta di questo suo corpo, ora unto dalla donna (“ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura”); “fate questo in memoria di me” (cfr. Lc 22,19 e 1Cor 11,24.25). Non sarà più possibile proclamare il Vangelo senza anche la memoria di lei.